Giovanissimo, appena sedici anni già faceva parlare di sé. Esponeva i suoi lavori con i fratelli Dino e Mirko. Era il 1928 e quella fu la prima ed unica mostra di quella che chiamarono la Scuola Friulana d’Avanguardia.
Poi, la fortuna bussò alla sua porta sotto forma di una borsa di studio della Fondazione Artistica Marangoni di Udine. Era il 1930 e questa opportunità gli spalancò le porte di Roma dove Afro in compagnia del fratello Dino poté respirare l’aria dell’ambiente artistico capitolino.
Dal ’31 in poi, Afro cominciò a farsi notare, partecipando a diverse Mostre Sindacali. Ma il vero trampolino fu nel ’33, quando espose alla prestigiosa Galleria del Milione di Milano, insieme ad altri artisti friulani come Bosisio, Pittino e Taiuti. Poco dopo, Roma lo accolse definitivamente. Nel ’35 varcò la soglia della Quadriennale e l’anno seguente partecipò alla Biennale di Venezia, un appuntamento a cui tornerà anche nel ’40 e nel ’42.
Dopo aver assorbito le suggestioni della Scuola Romana, dopo aver lasciato il suo segno su diverse pareti con opere di pittura murale e dopo una breve infatuazione per il Neocubismo, nel 1950 Afro sentì il richiamo dell’America. Oltreoceano iniziò una collaborazione feconda e duratura, ben vent’anni, con la Catherine Viviano Gallery.
Quel clima culturale così diverso, quei fermenti artistici che ribollivano negli Stati Uniti in quegli anni, lasciarono un’impronta profonda nell’animo di Afro. Furono esperienze che, in seguito, rielaborò con una sua cifra stilistica inconfondibile.
Tornato in Italia, nel ’52 aderì al Gruppo degli Otto, partecipando alla XXVI Biennale. Fu in occasione dell’edizione successiva che un critico illuminato come Lionello Venturi seppe cogliere l’essenza del suo fare artistico, sottolineando la sua abilità tecnica, la sua precisione quasi maniacale, la passione che nutriva per il lavoro, quell’eleganza innata e la poesia che emanava dalle sue tele.
Il 1955 fu un anno importante: Afro fu presente alla prima edizione di Documenta a Kassel, alla Quadriennale di Roma e partecipò a una mostra itinerante negli Stati Uniti intitolata “The New Decade: 22 European Painters and Sculptors”. Nel 1956 arrivò il riconoscimento più ambito: il premio come miglior pittore italiano alla Biennale di Venezia. Nel 1958, Afro ebbe l’onore di partecipare, insieme a giganti come Appel, Arp, Calder, Miró, Moore, Picasso e Tamayo, alla decorazione della nuova sede del palazzo dell’UNESCO a Parigi. Lì dipinse “Il Giardino della Speranza”.
Gli anni 1959-’60 lo videro ancora protagonista sulla scena internazionale: fu invitato a II. Documenta a Kassel e vinse premi prestigiosi a Pittsburgh e il premio per l’Italia al Solomon R. Guggenheim di New York. Nel 1961, J. J. Sweeney, curatore del Guggenheim Museum, gli dedicò una splendida monografia, un omaggio alla sua grandezza.
Le mostre personali si susseguirono in quegli anni: nel ’60 a Cambridge, al Massachusetts Institute of Technology; nel ’61 a Parigi, alla Galerie de France, e a Milano, alla Galleria Blu. E ancora, tra il ’64 e il ’65, in diverse città europee: alla Galerie im Erker di St. Gallen, alla Räber di Lucerna, alla Günter Franke di Monaco di Baviera. Fino alla grande antologica del 1969-’70, curata da B. Krimmel, che fece tappa al Kunsthalle di Darmstadt, alla Nationalgalerie di Berlino e poi al Palazzo dei Diamanti di Ferrara. Un vero e proprio pellegrinaggio artistico per celebrare il suo talento.
Dopo la scomparsa del fratello Mirko nel 1969, un evento doloroso che lo provò profondamente, la salute di Afro conobbe alti e bassi.
Gli anni ’70 furono caratterizzati da un’intensificazione della sua opera grafica, mentre l’attività pittorica ed espositiva si fece più rarefatta.
Purtroppo, questo grande maestro ci lasciò a Zurigo nel 1976. Un vero artista Afro Basaldella, un figlio della nostra terra che ha saputo conquistare il mondo con la sua pittura.
RED@ BASALDELLA@

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