Ti Ho Voluto Un Gran Bene . Testo di Piero Villani

Ero lì, in quel trullo candido incastonato nella terra rossa di Puglia, trasformato in un silenzioso ashram. Di fronte a me, Lisetta Carmi, novant’anni portati con una grazia disarmante, vestita di un bianco luminoso. Cinque vite, dice Giovanna Calvenzi, la sua biografa attenta. Cinque esistenze compresse in un unico, straordinario percorso. La rividi dopo tanto tempo, eppure la sua energia, la scintilla negli occhi, era la stessa che intuivo nelle sue fotografie di un tempo. Quella pianista prodigio, la fotografa dallo sguardo penetrante, la militante comunista con una ferita antica, il marchio dell’odio antisemita infantile, ora passava le sue giornate a disegnare calligrammi cinesi, un ponte inatteso tra Oriente e Occidente. Lisetta è stata una di quelle figure sfuggenti che attraversano la storia lasciando un segno profondo, ma con una tale discrezione da rischiare di perdersi nel flusso degli eventi. Chi ama la fotografia, però, non può non essersi imbattuto nella potenza delle sue immagini. Penso ai suoi ritratti crudi e intensi dei travestiti, sguardi che squarciavano il velo dell’apparenza, anime messe a nudo con una delicatezza sorprendente. Si dice che uno di quei volti abbia ispirato la “Bocca di Rosa” del caro Fabrizio. Un editore milanese “di sinistra”, ironia della sorte, si rifiutò di pubblicarli negli anni Settanta. Troppo scomodi, forse, perbenismo ideologico travestito da rivoluzione. E poi c’è il suo reportage nel monumentale cimitero di Staglieno a Genova. Lì, dove il dolore si eleva in sculture di marmo, Lisetta non vide la commozione rituale, ma l’ipocrisia borghese elevata a monumento funebre. I pregiudizi di classe incisi nella pietra, la rispettabilità ostentata, la sottomissione femminile scolpita, la repressione sessuale celata sotto drappeggi marmorei, lo status sociale e la ricchezza eternati nel granito. “Erotismo e autoritarismo a Staglieno” il titolo del suo lavoro. Inutile dire che in Italia quel libro non vide mai la luce. Ricordo anche la sua inchiesta viscerale sulle condizioni dei portuali di Genova. Si finse la cugina di un “camallo”, un’infiltrazione audace per raccontare la fatica, la dignità e lo sfruttamento di quegli uomini. Il sindacato comprese la forza di quelle immagini e le trasformò in una potente mostra-denuncia. E quella sequenza sul parto di una ventenne? Cruda, magica, emozionante. Uno schiaffo al perbenismo ipocrita che edulcora la nascita, un evento tanto naturale quanto potente. Queste immagini, frammenti di una vita intensa, sono riemerse quasi per caso. Grazie alla sensibilità di Uliano Lucas, che le dedicò una mostra, e alla tenacia di Giovanna Chiti, che le raccolse nel prezioso “Ho fotografato per capire”. Altrimenti, forse, sarebbero rimaste silenziose, come tanti sussurri dimenticati. Perché Lisetta non si è mai aggrappata alle sue vite passate. Le ha interrotte di netto, con una decisione che spiazza e affascina. Penso alla sua carriera concertistica, ventidue anni sui palcoscenici più prestigiosi d’Europa. Un giorno di giugno del 1960, il suo maestro le proibì di partecipare a una manifestazione di portuali, temendo per le sue mani preziose. Lei scelse la sua coscienza, la sua umanità, e abbandonò la musica per sempre. Un addio senza rimpianti. Anche con la fotografia fu così. Iniziò quasi per gioco, un viaggio in Puglia con un etno-musicologo, una semplice Agfa Silette tra le mani, e il suo occhio rivelò un talento innato. Ma un incontro in India, la folgorazione per un sadhu, Babaji Herakhan Baba, cambiò di nuovo tutto. I capelli tagliati, un nuovo nome, Janki Rani, e un volto barbuto racchiuso in un ovale appeso al collo. Tornata in Italia, quel trullo divenne un ashram, un centro spirituale riconosciuto. E il pianoforte, silente per anni, tornò a vibrare sotto le sue dita, ispirato dalle riflessioni di un suo ex allievo, Paolo Ferrari. La calligrafia cinese le aprì le porte del Tao. Un regista, Daniele Segre, ha persino raccontato la sua storia in un film toccante, “Un’anima in cammino”. Quando le chiesi il segreto della sua serenità, mi rispose con le parole del suo guru. Ma c’è un episodio che la dice lunga sulla sua accettazione del flusso della vita: un giorno, sulla soglia dell’ashram, fu colpita da un fulmine. All’ospedale, i medici non riuscivano a spiegarsi come avesse riportato solo un livido. Lei lo sapeva: “Non ho opposto resistenza”. Non si è mai opposta ai cambiamenti radicali della sua esistenza. Mai, credo, al suo destino. E io, Lisetta, in questo tuo peregrinare incessante, non posso che dirti: ti ho voluto un gran bene.

Maggio 4, 2025

PVL@

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