Ogni dicembre, puntuale come l’albero e lo spumante, arriva il cinepanettone.
È un fenomeno tutto italiano, un rituale cinematografico che da oltre quarant’anni accompagna le feste natalizie.
Lo si ama, lo si odia, lo si guarda di nascosto o lo si cita con disprezzo colto ma nessuno può negarne la forza di persistenza nel nostro immaginario collettivo.
Il termine “cinepanettone” nasce negli anni ’90 come etichetta ironica per definire quei film comici natalizi prodotti in serie, spesso ambientati in località esotiche, con trame leggere, farcite di equivoci sessuali, battute al limite del politicamente scorretto, e un cast ricorrente di attori popolari (su tutti: Christian De Sica, Massimo Boldi, Ezio Greggio, Jerry Calà, ecc.).
Ma il capostipite va cercato prima, nel 1983, con “Vacanze di Natale” dei fratelli Vanzina: un film che oggi, rivisto con attenzione, non è solo il capriccio di una stagione leggera, ma anche una radiografia dell’Italia di quegli anni.
Bourgeoisie cafona, ragazzi di provincia, amori da settimana bianca, soundtrack pop tutto quel mondo stava cambiando, e il film lo catturava con sguardo ironico, ma tutt’altro che ingenuo.
Il cinepanettone ha poi conosciuto decenni di successi commerciali strepitosi, spesso a dispetto della critica.
È diventato un vero genere autonomo: ha codici, ritmi, attese.
In molti casi, ha segnato il divario tra cinema d’autore e cinema popolare, tra chi pretende profondità e chi cerca evasione.
Ma il cinepanettone, piaccia o no, ha fotografato gli umori di una nazione che ride anche delle sue miserie.
Certo, i limiti del genere sono evidenti: trame prevedibili, umorismo spesso greve, personaggi stereotipati, gag telefonate.
Eppure, dietro la sua superficie volgare e chiassosa, il cinepanettone conserva un valore sociologico: racconta l’Italia del consumo, delle mode, della furbizia, delle contraddizioni culturali.
Come i vecchi film di Totò raccontavano l’Italia del dopoguerra, i cinepanettoni raccontano a modo loro l’Italia berlusconiana, vacanziera, abbronzata e contraddittoria.
Negli anni recenti, il filone si è indebolito.
Il pubblico è cambiato, le piattaforme digitali hanno modificato il consumo dell’intrattenimento, e le nuove generazioni cercano linguaggi diversi.
Ma la matrice del cinepanettone sopravvive, trasformata, in certe commedie natalizie prodotte per le piattaforme, dove ritroviamo ingredienti simili: leggerezza, familiarità, comicità semplice.
Il dibattito culturale attorno al cinepanettone rimane acceso: arte minore o puro intrattenimento?
Spazzatura o satira popolare?
La verità, come spesso accade, sta nel mezzo.
Il cinepanettone è un prodotto di mercato, ma è anche un frammento di storia culturale nazionale.
Non va idolatrato, ma nemmeno rimosso.
Perché, in fondo, anche nella risata più semplice può nascondersi uno sguardo sul tempo.
E a volte, dietro una battuta scontata, si rivela – tra le righe – lo specchio di un intero Paese.

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