Julio Cortázar non è solo uno degli scrittori più brillanti del Novecento latinoamericano : è anche uno di quelli che ha saputo sovvertire le regole del narrare, trasformando la letteratura in un’esperienza viva, inquieta, aperta. Nato a Bruxelles nel 1914 e cresciuto in Argentina, Cortázar ha attraversato il secolo con lo spirito di un esploratore linguistico, ma anche esistenziale. Ogni sua opera è una sfida alla linearità, alla logica, alla prevedibilità della realtà e della scrittura.

Il suo nome è indissolubilmente legato a Rayuela (Il gioco del mondo), romanzo-labirinto pubblicato nel 1963, che ancora oggi rappresenta uno dei vertici assoluti della narrativa sperimentale. Un libro che si può leggere in ordine tradizionale o saltando da un capitolo all’altro, seguendo un ordine suggerito dall’autore stesso. Un gioco, sì, ma di quelli che mettono a nudo la serietà dell’esistenza e le sue contraddizioni più profonde. In Rayuela, l’amore, la morte, la filosofia, la politica e la musica si inseguono come note di un jazz mentale – quel jazz che Cortázar amava visceralmente, non solo come suono, ma come metafora della libertà.

Ma l’opera di Cortázar non si esaurisce lì. I suoi racconti – raccolti in volumi come Bestiario, Final del juego o Las armas secretas – sono piccoli universi paralleli in cui l’elemento fantastico si insinua nel quotidiano con naturalezza inquietante. La realtà, per Cortázar, è solo una delle tante possibilità. Il meraviglioso, l’assurdo, il perturbante sono sempre a un passo da noi, e basta poco – un rumore, un gesto, un dubbio – per far crollare l’apparente normalità.

Nei suoi racconti, le regole si spezzano: gli oggetti prendono vita, i personaggi si trasformano, il tempo si piega. Ma non c’è mai puro esercizio stilistico. Dietro ogni sperimentazione c’è un’urgenza autentica, una tensione morale e politica. Cortázar era un uomo del suo tempo, attento alle ingiustizie del mondo, vicino alle lotte del suo continente, e ha saputo unire l’avanguardia artistica all’impegno civile, senza mai cadere nella propaganda.

L’invenzione linguistica è per lui un modo per liberare il pensiero. La letteratura non deve spiegare la vita, ma farla esplodere. Cortázar non scrive per rassicurare il lettore, ma per destabilizzarlo, per invitarlo a guardare oltre le apparenze, a dubitare, a sognare. Ogni sua pagina è un invito a uscire dal “tempo cronologico” per entrare in un tempo poetico, flessibile, dove ciò che conta non è dove si arriva, ma come si cammina.

Julio Cortázar è uno di quegli autori che non si limitano a scrivere libri: creano linguaggi, aprono spazi, mettono in crisi le nostre certezze. E proprio per questo restano vivi, necessari, contemporanei. Leggerlo oggi significa ancora – come allora – scegliere il rischio, l’apertura, il gioco. Ma un gioco che, come tutti i grandi giochi, sa toccare i nervi più profondi della nostra umanità.

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