Ci sono pensieri che non si confessano. Istinti che non si mostrano. Ombre che attraversano la mente come tempeste silenziose, invisibili agli altri ma fortissime dentro. La violenza, prima ancora di essere un gesto, è spesso un’energia compressa: rabbia, frustrazione, dolore che non hanno forma, e cercano un’uscita. E se non si agisce, a volte si immagina. A volte si sente. A volte si subisce dentro di sé.

Parlare di violenza come sfogo mentale non significa giustificarla, ma riconoscerla. Guardarla in faccia. Perché esiste. E ignorarla è solo un modo per farla crescere nell’ombra.

Il corpo che urla dentro la testa

C’è chi corre, chi piange, chi distrugge oggetti, chi scrive poesie taglienti. E poi c’è chi, in silenzio, si immagina scene violente per non esplodere. È una forma di difesa. Una camera di decompressione. Un modo per attraversare un’emozione troppo forte per essere espressa in parole semplici.

La mente crea immagini forti per trovare sollievo. Può essere inquietante, ma è spesso più onesto di tanti sorrisi forzati.

Violenza simbolica, violenza immaginata

Nella mente, la violenza prende forma simbolica. Uccidere un’idea, spaccare una porta che rappresenta un limite, bruciare un ricordo — non sono atti reali, ma esperienze interiori che hanno un peso emotivo reale. È come un teatro psichico dove il dolore mette in scena il proprio dramma.

La violenza mentale non è da banalizzare. Va ascoltata. Perché dietro c’è quasi sempre una ferita.

La differenza tra pensare e fare

Il punto cruciale è distinguere il pensiero dall’azione. Avere pensieri violenti non ci rende violenti. Ci rende umani. È il contatto con la nostra parte più nuda, più impulsiva. Riconoscerla è il primo passo per non esserne dominati. Reprimerla senza ascolto può renderla più pericolosa. Accettarla, osservarla, darle un linguaggio — può trasformarla.

La violenza mentale può diventare arte, scrittura, movimento. Può diventare gesto creativo, se non viene giudicata troppo in fretta.

Conclusione: dove va l’energia che non ha nome

Tutti, prima o poi, sentiamo qualcosa che non sappiamo dove mettere. Un’urgenza, un disordine, una fitta. Alcuni la chiamano rabbia. Altri, panico. Altri ancora, violenza. Ma in fondo è solo energia che cerca un contenitore. Se non trova un linguaggio, si sfoga da sola. Se trova ascolto, può diventare comprensione.

Scrivere, urlare in un cuscino, ballare fino a spegnersi, costruire qualcosa con le mani. Tutto questo è una risposta alla violenza che ci attraversa. Non per negarla, ma per restituirle forma. E magari — un po’ di pace.

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