non è stata solo un’organizzazione criminale. È stata ed è ancora un nodo oscuro della storia italiana, un intreccio di potere, violenza, politica, servizi segreti deviati, terrorismo e criminalità organizzata. Una rete che, partendo dalle strade periferiche di Roma negli anni ’70, si è infilata silenziosamente nelle stanze del potere, lasciando dietro di sé una lunga scia di sangue e misteri ancora oggi irrisolti.

Parlare della Banda della Magliana significa raccontare un’Italia in controluce, quella delle stragi senza colpevoli, delle convergenze inconfessabili, delle ambiguità dello Stato. È il volto sporco della Capitale che si riflette nell’acqua del Tevere: apparentemente calmo, sotto scorre torbido.

Origini : la Roma che cambia pelle

La Banda nasce ufficialmente tra il 1975 e il 1978, ma affonda le sue radici in un contesto più ampio: la trasformazione violenta della Roma degli anni ’70, una città che cresce in modo caotico, dove si mescolano disagio sociale, espansione edilizia selvaggia, boom dell’eroina, e un clima politico rovente segnato da terrorismo, corruzione, collusione.

I fondatori tra cui nomi oggi tristemente noti come

• Franco Giuseppucci

• Enrico De Pedis

• Maurizio Abbatino

• Danilo Abbruciati

provenivano da ambienti diversi : rapinatori, piccoli delinquenti di quartiere, ex militanti politici, killer di professione. A unirli fu un’intuizione : la necessità di “fare sistema”, di abbandonare la logica anarchica della criminalità romana frammentata e dare vita a una vera organizzazione strutturata, sul modello mafioso, ma con uno stile urbano e moderno.

Il nome “Banda della Magliana” venne coniato dai media, prendendo spunto dal quartiere di origine di alcuni membri, ma la realtà era molto più complessa : la Banda non era un gruppo omogeneo, ma una federazione di “batterie” (gruppi armati) che collaboravano, si dividevano i territori, e gestivano affari comuni.

Dal traffico di droga al controllo della città

L’attività principale della Banda, fin dall’inizio, fu il traffico di stupefacenti, soprattutto eroina, in un momento in cui la droga stava devastando intere generazioni. Ma presto la Banda capì che il vero potere stava nel controllo del territorio, nei rapporti con la politica e nel denaro sporco da riciclare.

La loro forza stava proprio nella capacità di stringere alleanze trasversali. Collaborarono con la mafia siciliana (soprattutto la famiglia dei Cuntrera-Caruana), con la camorra napoletana, con esponenti dei servizi segreti deviati, con logge massoniche come la P2, e perfino con alcuni esponenti della finanza “pulita” che vedevano nella criminalità organizzata un modo per ottenere liquidità immediata da reinvestire.

La Banda cominciò a investire nel gioco d’azzardo, nelle bische clandestine, negli immobili, nei locali notturni. Aveva uomini ovunque, anche in Vaticano e nelle forze dell’ordine. Il suo potere era talmente capillare che a un certo punto nessuna grande operazione criminale su Roma poteva avvenire senza il suo assenso.

Il lato oscuro della Repubblica : terrorismo, servizi segreti, ambiguità

Uno degli aspetti più inquietanti della Banda della Magliana è il suo coinvolgimento nei grandi misteri italiani :

• l’omicidio del giornalista Mino Pecorelli (1979),

• l’attentato a Roberto Rosone (1982)

• la strage della stazione di Bologna (1980)

• il rapimento di Emanuela Orlandi (1983)

• la morte di Roberto Calvi sotto il ponte dei Frati Neri a Londra (1982).

È impossibile affermare con certezza che la Banda fu mandante o esecutrice di tutti questi eventi, ma è certo che intrecciò rapporti con chi lo fu. Alcuni dei suoi membri furono utilizzati dai servizi segreti come “manovalanza” per operazioni sporche, coperture, intimidazioni.

In questo senso, la Banda non fu solo criminalità, ma uno strumento dell’eterna zona grigia italiana, dove lo Stato collabora con l’anti-Stato, dove il crimine è funzionale al mantenimento del potere, dove la verità diventa merce negoziabile.

La fine ufficiale (e l’eredità sommersa)

La Banda della Magliana cominciò a disgregarsi tra la fine degli anni ’80 e l’inizio dei ’90. Le tensioni interne portarono a una vera guerra intestina, con regolamenti di conti sanguinosi. L’arresto e il pentimento di Maurizio Abbatino nel 1992 segnò un punto di svolta. Le sue dichiarazioni contribuirono a smantellare gran parte dell’organizzazione e a gettare luce su molti retroscena inquietanti.

Eppure, la Banda non è mai davvero scomparsa. Si è trasformata. Alcuni dei suoi uomini sono stati uccisi, altri sono spariti, alcuni sono diventati imprenditori rispettabili. I suoi metodi, la sua rete di relazioni, la sua cultura criminale mimetica capace di muoversi tra palazzine popolari e palazzi del potere hanno lasciato un’eredità che ancora oggi affiora in varie forme nella capitale.

Cultura pop e memoria distorta

Negli ultimi anni, la Banda della Magliana è tornata sotto i riflettori grazie a prodotti culturali di grande successo, come il romanzo Romanzo Criminale di Giancarlo De Cataldo, la serie TV omonima e il film di Michele Placido. Questi racconti pur ben realizzati hanno contribuito a creare una sorta di mitologia del criminale romantico, pericolosa e ambigua.

C’è il rischio che la memoria si trasformi in spettacolo, che il sangue versato diventi fiction, che la violenza venga interpretata come carisma. È quindi fondamentale, oggi, più che mai, rimettere al centro la verità storica, il dolore delle vittime, la responsabilità di un’intera stagione di ambiguità istituzionale.

Conclusione : un avvertimento dal passato

La Banda della Magliana ci ricorda che il crimine organizzato non è mai solo una questione di pistole e droga, ma un fenomeno politico, sociale, culturale. Ci insegna che le periferie abbandonate diventano incubatori di potere criminale, che la connivenza tra Stato e mafia è più vicina di quanto si voglia ammettere, e che la memoria storica è un dovere civile, non una semplice narrazione noir.

Scrivere e leggere oggi della Banda della Magliana significa anche questo: riconoscere le zone d’ombra per non esserne più prigionieri.

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