Piero Villani


Gianni Dova e la Bretagna

La Bretagna e Gianni Dova: Il vento, il vuoto, il segno C’è una terra ai confini dell’oceano che sembra fatta per l’inquietudine e la libertà: la Bretagna. Promontori frastagliati, cieli mobili, luce tagliente. Una terra aspra, indomita, misteriosa. E c’è un pittore italiano, Gianni Dova, che ha fatto della tensione e dello slancio la sua grammatica interiore. Mettere in relazione questi due mondi una regione e un artista non è un semplice esercizio geografico: è un dialogo tra natura e gesto, tra vento e linea.

Bretagna, luogo di frontiera La Bretagna non è solo un paesaggio: è un sentimento. Un altrove che spinge verso l’infinito. Chi la visita sente che la materia lì si fa spirito, e lo spirito si fa tempesta. Non è un caso che artisti come Paul Gauguin, Sérusier e i Nabis abbiano cercato qui una verità più primitiva, più essenziale. La Bretagna parla il linguaggio delle rocce, del mare che divora la costa, delle case che sfidano il vento. È uno spazio che non chiude, ma apre. E proprio per questo, risuona con l’universo di Gianni Dova.

Dova, la linea che vola Nato a Milano, allievo di Fontana, Dova appartiene a quella corrente che ha cercato di rompere la superficie della pittura per aprirla allo spazio, al gesto, all’energia. Ma mentre altri inseguivano la pura astrazione o il silenzio cosmico, Dova ha mantenuto una tensione visionaria, quasi barocca, fatta di creature fluttuanti, forme organiche, segni che sembrano scritti dal vento.

Nei suoi quadri c’è qualcosa della Bretagna quella stessa sensazione di moto continuo, di forze invisibili che attraversano la materia. Le sue forme allungate, aeree, quasi minacciose, ricordano i gabbiani in volo contro il cielo plumbeo dell’Atlantico. Il suo uso del colore intensi rossi, blu siderali, neri profondi dialoga con le luci bretoni, mutevoli e teatrali.

Incontro immaginario Immaginiamo allora Gianni Dova in Bretagna. Non come turista, ma come spirito affine. Le sue figure aeree non si poserebbero mai sul suolo: danzerebbero sopra i menhir, sfiorerebbero i fari in mezzo alla bruma. E forse, in una giornata di tempesta, il cielo bretone stesso si trasformerebbe in una sua tela. In questa corrispondenza simbolica tra artista e paesaggio, c’è una verità più ampia: l’arte non descrive, ma rievoca. Dova non ha mai dipinto la Bretagna, eppure la sua pittura sembra scaturire da luoghi come quello: luoghi estremi, di confine, dove lo spazio non è solo fisico, ma interiore.

Conclusione, oltre il visibile La Bretagna e Gianni Dova si incontrano nel gesto che cerca di sfidare il peso della materia, nell’idea che l’arte sia un volo più che una costruzione. Dova dipinge come soffia il vento bretone: imprevedibile, diagonale, animato da una forza che non si lascia catturare. E allora questo articolo non è solo un omaggio, ma una mappa invisibile per chi ama l’arte e il paesaggio come specchi del pensiero. Per chi crede che ci siano luoghi che somigliano a un tratto, e artisti che somigliano a una costa battuta dal mare.

Published by


Lascia un commento