Falso ego . Maschera che ci protegge, prigione che ci blocca

Tutti indossiamo una maschera. Qualcuno la chiama “personaggio”, altri “immagine pubblica”, altri ancora semplicemente “io”. Ma c’è una parte di noi che non siamo davvero noi: è il falso ego. Quella costruzione fatta di bisogni, proiezioni, paure e desideri degli altri. Una specie di involucro identitario che usiamo per esistere nel mondo senza sentire troppo freddo.

È utile. A volte ci salva. Ma se ci identifichiamo troppo, ci inganna.

Il falso ego non mente: recita

Il falso ego non è un nemico. È un attore. Recita il ruolo che pensiamo sia necessario per essere amati, accettati, considerati forti, desiderabili, vincenti. Parla al posto nostro. Dice ciò che conviene. Risponde come si deve. E nel frattempo ci silenzia, lentamente. Ci convince che quella voce addestrata siamo noi.

Ma noi, nel profondo, siamo molto di più. E molto di meno. Più fragili, più autentici, più instabili, più veri.

Da dove nasce il falso ego?

Nasce presto. Nasce quando ci sentiamo sbagliati. Quando capiamo che per essere amati dobbiamo essere in un certo modo. Non arrabbiati. Non tristi. Non troppo strani. Nasce come strategia. Diventa struttura. E poi stile di vita.

È l’ego che si nutre del giudizio degli altri, dell’approvazione, della performance. Si veste bene. Parla bene. Ma dentro trema.

Il falso ego è stanco. E vuole crollare.

Ci sono momenti in cui il falso ego si incrina. Di solito succede quando crolla qualcosa: una relazione, un lavoro, una certezza. È lì che si sente la voce dell’io profondo — più silenziosa, più grezza, ma più nostra. Una voce che non urla, che non brilla, che non compiace. Una voce che ci chiede solo di essere.

Senza ruolo. Senza trucco. Senza aspettative.

Conclusione: smascherarsi è un atto d’amore

Scoprire il falso ego non significa combatterlo. Significa riconoscerlo. Capire quando ci protegge e quando ci limita. E avere il coraggio, ogni tanto, di lasciarlo andare. Di restare nudi, imperfetti, disarmati. Non per essere “più veri” — ma per respirare.

Perché sotto la maschera non c’è il nulla. C’è semplicemente noi. Più stanchi, forse. Ma finalmente vivi.

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