Il Salotto Giapponese

Il salotto giapponese dei miei nonni.

Da bambino, uno dei luoghi più magici che conoscevo non era un castello, né una spiaggia esotica.

Era il salotto giapponese dei miei nonni paterni.

Un piccolo regno segreto dentro la casa, denso di silenzi, colori antichi e oggetti pieni di storie.

Ricordo ogni dettaglio con la precisione con cui si ricordano i sogni belli: l’ombrellino di carta multicolore che sembrava sospeso a metà tra l’infanzia e l’Asia; le decine di vasi smaltati, ciascuno con la sua voce muta e la sua epoca diversa.

C’era una conchiglia enorme, madreperlacea, che rifletteva la luce come un piccolo pianeta marino.

Kimoni appesi alle pareti come quadri viventi.

Tavolini intarsiati con disegni delicati, che io toccavo con le dita lente, come per leggere una lingua sconosciuta.

Spesso ero lì con mio nonno Pietro.

Lui non parlava molto.

Ma bastava la sua presenza.

Io guardavo tutto con gli occhi spalancati occhi che sognavano.

In quel salotto non c’era la televisione, non c’erano distrazioni.

Solo tempo sospeso. Silenzio e meraviglia.

Era uno spazio che parlava senza voce.

Molti dei mobili e degli oggetti provenivano dalla fine dell’Ottocento o dai primi del Novecento.

E il motivo era semplice: il mio bisnonno era un armatore.

Viaggiava spesso in Giappone per lavoro, in un’epoca in cui viaggiare significava davvero partire.

Portava a casa tesori, non tanto per valore economico, quanto per affetto, per curiosità, per cultura.

Oggetti che non erano souvenir, ma ponti tra mondi.

Quella stanza è stata per me una scuola silenziosa di bellezza.

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