Piero Villani


La mia passione per Spotify. Colonne sonore di un’identità fluida

C’è un luogo dove torno ogni giorno, senza mai annoiarmi Non ha mura, né finestre. Non ha orari, né regole. È fatto di suoni, ricordi e stati d’animo. È Spotify, ma per me è qualcosa di più di una piattaforma. È un’estensione del mio io mutevole, un diario musicale che si scrive da solo ma parla sempre di me.

Le playlist come autoritratti Ogni playlist che creo è un frammento di identità. Non importa se ne ho troppe, se alcune non le ascolto mai, se sono ordinate solo da titoli emotivi (“Malinconie lente”, “Giorni da camera chiusa”, “Fasi lunari”): sono tutte finestre su un me diverso. A volte sono un DJ interiore, a volte un collezionista di nostalgie. In quei brani scelti, c’è un’estetica dell’umore che mi definisce più di mille selfie.

Spotify è il mio specchio, ma in forma di suono Scoprire per riconoscersi C’è qualcosa di profondamente romantico nella funzione “Scopri”. Come se un algoritmo avesse accesso a una parte segreta della mia anima e mi dicesse: “ascolta questo, potrebbe piacerti”. E spesso ci azzecca. È come se la macchina e l’intuizione si fondessero, trasformando la scoperta in riconoscimento. Non trovo solo nuova musica: trovo nuove parti di me. E così Spotify diventa anche un viaggio: tra mondi sonori che non conoscevo e atmosfere che aspettavo da tempo senza saperlo.

Musica come compagnia silenziosa Spotify è sempre con me. Quando cammino, scrivo, sogno, quando mi chiudo in me stesso o quando voglio uscire da me stesso. È compagnia, ma anche rifugio. È la colonna sonora di amori non nati, di giornate perfettamente vuote, di mattine storte e notti piene. È il modo più silenzioso per sentirmi vivo. La musica, lì, non è solo intrattenimento: è ambiente. È pelle. È memoria attiva.

Conclusione il suono di chi sono. Spotify non è solo uno strumento. È un luogo. È un modo di pensare il tempo, di organizzare l’umore, di dare forma all’informe. È passione perché mi permette di essere tanti me, di emozionarmi senza spiegazioni, di dialogare con ciò che non riesco a dire a parole. E in fondo, ogni volta che premo play, è come se dicessi: “Eccomi. Questo sono io. Adesso.”

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