C’è un luogo dove torno ogni giorno, senza mai annoiarmi. Non ha mura, né finestre. Non ha orari, né regole. È fatto di suoni, ricordi e stati d’animo. È Spotify, ma per me è qualcosa di più di una piattaforma. È un’estensione del mio io mutevole, un diario musicale che si scrive da solo ma parla sempre di me.

Le playlist come autoritratti

Ogni playlist che creo è un frammento di identità. Non importa se ne ho troppe, se alcune non le ascolto mai, se sono ordinate solo da titoli emotivi (“Malinconie lente”, “Giorni da camera chiusa”, “Fasi lunari”): sono tutte finestre su un me diverso. A volte sono un DJ interiore, a volte un collezionista di nostalgie. In quei brani scelti, c’è un’estetica dell’umore che mi definisce più di mille selfie.

Spotify è il mio specchio, ma in forma di suono.

Scoprire per riconoscersi

C’è qualcosa di profondamente romantico nella funzione “Scopri”. Come se un algoritmo avesse accesso a una parte segreta della mia anima e mi dicesse: “ascolta questo, potrebbe piacerti”. E spesso ci azzecca. È come se la macchina e l’intuizione si fondessero, trasformando la scoperta in riconoscimento. Non trovo solo nuova musica: trovo nuove parti di me.

E così Spotify diventa anche un viaggio: tra mondi sonori che non conoscevo e atmosfere che aspettavo da tempo senza saperlo.

Musica come compagnia silenziosa

Spotify è sempre con me. Quando cammino, scrivo, sogno, quando mi chiudo in me stesso o quando voglio uscire da me stesso. È compagnia, ma anche rifugio. È la colonna sonora di amori non nati, di giornate perfettamente vuote, di mattine storte e notti piene. È il modo più silenzioso per sentirmi vivo.

La musica, lì, non è solo intrattenimento: è ambiente. È pelle. È memoria attiva.

Conclusione : il suono di chi sono

Spotify non è solo uno strumento. È un luogo. È un modo di pensare il tempo, di organizzare l’umore, di dare forma all’informe. È passione perché mi permette di essere tanti me, di emozionarmi senza spiegazioni, di dialogare con ciò che non riesco a dire a parole.

E in fondo, ogni volta che premo play, è come se dicessi: “Eccomi. Questo sono io. Adesso.”

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