Bianca Garufi

è una figura obliqua nella letteratura italiana del Novecento. Appartiene a quella schiera silenziosa e luminosa di autrici che hanno scritto molto più di quanto siano state ascoltate, e che hanno lasciato nel margine il segno più profondo.

Nata a Roma nel 1918, Garufi fu poetessa, scrittrice e, soprattutto, psicoanalista junghiana. La sua formazione attraversa Freud, Nietzsche, i simbolisti francesi, l’ombra di un cattolicesimo mitico e dolente. È una di quelle voci che non separa mai la parola dal sangue.

In molti la conoscono, se la conoscono, solo in relazione a Cesare Pavese : insieme scrissero Fuoco grande (pubblicato postumo, nel 1959), romanzo incompiuto e dialogico che mostra un intreccio psichico tra due anime irrisolte. Ma ridurre Garufi a “collaboratrice” o “musa” di Pavese è un’ingiustizia è piuttosto lei che traghetta Pavese nelle zone profonde dell’inconscio, nelle crepe dell’eros e della morte.

Il suo vero capolavoro solista è il romanzo Il tappeto volante (1968), opera visionaria, stratificata, costruita come un viaggio simbolico tra psiche e destino. È una scrittura che non cerca la superficie, ma la vertigine. Il tappeto, nella fiaba e nella psicanalisi, non è mai solo un oggetto volante: è il mezzo per accedere a un altrove dove le leggi del reale si frantumano.

Garufi scrive come una che sa troppo, ma non vuole dimostrarlo. Non si mette in mostra, si mette in ascolto. È una voce che sta sotto, come le radici, come le cose che nutrono senza parlare. Le sue poesie, raccolte in varie sillogi rare, hanno un tono orfico, tagliente, pieno di presagi e visioni spezzate.

È il tipo di scrittura che oggi disturberebbe per la sua sincerità misterica. Niente ironia da social, nessun bisogno di semplificare. Bianca Garufi scrive per chi sa leggere anche nell’oscurità.

E forse è per questo che oggi vale la pena rileggerla.

Per fare pace con l’ombra.

Per restituire voce a chi ha preferito il silenzio carico di senso, piuttosto che il rumore della visibilità.

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