Non è solo una questione di igiene.

“L’intimo” non è soltanto quell’indumento che sfiora la pelle, nascosto sotto gli abiti pubblici. È anche ciò che non si mostra: pensieri, desideri, miserie, rabbie inconfessate. E molti troppi lo tengono addosso sporco, per abitudine, per vergogna, per paura di scoprire che lavarlo significherebbe ammetterne l’esistenza.

Viviamo in un’epoca in cui l’apparenza viene detersa a dovere: facce levigate, parole calibrate, selfie filtrati, sorrisi sempre pronti. Ma l’intimo? Quello resta.

Sudato, stantio, a volte marcio.

Eppure si continua a uscire di casa profumati, stirati, educati lasciando che sotto i gesti brillanti si accumulino scorie.

C’è qualcosa di profondamente umano nel dimenticarsi (o nel rifiutarsi) di lavare ciò che sta più vicino a noi stessi. Come se certi dolori o certe verità, una volta ripulite, smettessero di essere nostri. Come se la trasparenza fosse una perdita di identità, e non un atto di rigenerazione.

“Qualcuno non si lava l’intimo” non è un’accusa: è un dato di fatto.

Una condizione collettiva, sottopelle.

E forse il primo passo per uscire dal circolo vizioso è proprio ammetterlo, con una certa ironia e una buona dose di coraggio.

Lavarsi l’intimo, in fondo, potrebbe essere il gesto più rivoluzionario di tutti.

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