Piero Villani


Franco Fortini

C’è un filo di ferro che attraversa tutta l’opera di Franco Fortini : sottile, teso, tagliente.

Fortini non è mai stato uno scrittore per chi cerca carezze.

Non è lì per decorare.

È lì per tenere insieme e dividere, per ferire quando serve, per non lasciarti mai tranquillo.

È stato un poeta della responsabilità, un critico spietato dell’intellettuale conformista, un marxista non ortodosso, un eretico organizzato.

Nato a Firenze nel 1917 da famiglia ebraica, antifascista fin da giovanissimo, attraversa la guerra, la Resistenza, il dopoguerra con la convinzione che la cultura debba pagare il prezzo della verità.

La poesia come giudizio

La sua poesia non è lirismo, non è confessione privata.

È un campo di battaglia etico, in cui il linguaggio deve rispondere della realtà.

“La poesia non consola, ma accusa.”

(Franco Fortini)

Libri come Foglio di via (1946), Una volta per sempre (1963), Paesaggio con serpente (1984), sono collezioni di testi che alternano furore e freddezza, slancio e distanza.

Fortini non cerca mai il lettore lo mette in discussione.

Scrive per chi ha il coraggio di sentire l’ingiustizia come ferita propria.

L’intellettuale tragico

Fortini non ha mai creduto nell’intellettuale “organico” che serve un partito acriticamente.

Ma nemmeno in quello che si rifugia nella neutralità.

Per lui, l’intellettuale deve essere militante e tragico : partecipe, ma consapevole della complessità e dei fallimenti.

Nel suo libro Verifica dei poteri (1965), smonta il ruolo degli intellettuali italiani che “fanno carriera nella critica della carriera”.

Scrive con lucidità chirurgica, come se ogni parola fosse una lama.

Traduttore, saggista, dissidente interno

Fortini è anche traduttore geniale (Brecht, Goethe, Eluard), saggista corrosivo, maestro nascosto.

Collabora con Il Politecnico, Quaderni Rossi, Corriere della Sera.

Litiga con tutti, senza mai essere sterile.

Critica Pasolini, ma lo ammira.

Critica la sinistra, ma non l’abbandona mai.

È un uomo di frontiera, che preferisce la verità alla vittoria.

Il lascito : pensare contro se stessi

Fortini oggi è letto poco. Troppo severo, troppo difficile, troppo scomodo.

Ma proprio per questo, necessario.

In un’epoca di appiattimento morale e ideologico, la sua voce risuona come un avvertimento:

“Scrivere è un gesto politico, anche quando si finge di non sapere nulla.”

Fortini non ha lasciato follower, ma eredità.

Non ha lasciato consolazioni, ma strumenti.

Chi lo legge, non ne esce indenne.

Ne esce diverso.

Published by


Lascia un commento