Due parole che, nel secondo dopoguerra italiano, erano spesso usate come un colpo di mannaia .
Nel linguaggio del Partito Comunista, significava qualcosa di ben preciso :
• pensare troppo e agire poco,
• astrarsi dal conflitto sociale,
• consolarsi con l’arte o con la morale,
• invece di scegliere una parte, una lotta, una prassi.
A portare questa accusa fu anche Palmiro Togliatti, rivolgendosi nel 1946 a Elio Vittorini dopo un celebre articolo su Il Politecnico.
L’intellettuale che voleva una cultura autonoma, complessa, non servile, venne tacciato di essere, appunto, un idealista borghese.
Un sognatore in una torre d’avorio mentre la classe operaia marciava.
Ma cos’è davvero, oggi, questo “idealismo borghese”?
Una categoria ambigua
L’espressione è già una trappola mescola ideale e borghesia, cioè spiritualità e privilegio, utopia e conformismo.
Come può un ideale essere borghese?
E perché la borghesia classe in teoria razionale, pragmatica, produttiva dovrebbe indulgere all’idealismo?
La risposta è politica perché in certe fasi storiche, pensare in modo profondo, non dogmatico, equivale a rallentare la rivoluzione.
Diventa sospetto chi non semplifica Un’accusa che denuncia la paura del dubbio
Dare dell’idealista borghese a uno scrittore significa dire :
“Tu non sei utile alla causa”.
È una forma elegante di censura.
Serve a zittire chi complica, chi solleva domande invece di offrire slogan.
Ma proprio in questo, l’idealismo borghese (quello vero, non quello usato come insulto) può essere una forza etica.
Non come fuga dalla realtà, ma come capacità di pensare il reale nella sua contraddizione.
Il rischio di oggi
essere nichilisti funzionali
Oggi l’ “idealismo borghese” è spesso deriso o archiviato.
Viviamo in un tempo dove l’ideale è sospetto, la borghesia è frammentata, e la cultura sembra servire più all’immagine che alla riflessione.
Ma paradossalmente, in questo vuoto, ciò che manca è proprio una forma di idealismo autentico, problematico, capace di interrogare se stesso.
Il vero rischio non è essere idealisti borghesi, ma diventare nichilisti funzionali, cioè servire il potere proprio attraverso l’indifferenza e il cinismo.
Rileggere oggi Vittorini, Pasolini, Fortini
Chi è stato accusato di idealismo borghese nel Novecento italiano?
Elio Vittorini, Pier Paolo Pasolini, Franco Fortini tutti uomini di pensiero profondo e contraddittorio, spesso scomodi per la sinistra ufficiale quanto per la destra reazionaria.
Ognuno a modo suo ha portato la cultura fuori dalle accademie, ma anche lontano dai diktat di partito.
Con le sue zone d’ombra, certo. Ma anche con una lucidità morale che oggi sembra mancare.
Allora chi è, oggi, l’idealista borghese?
Forse è chi si ostina a pensare con lentezza, a difendere la complessità,
a credere che un’idea possa ancora essere fertile,
che un romanzo possa dire qualcosa che un tweet non potrà mai dire.
Se questo è idealismo borghese, allora forse ce n’è ancora bisogno.
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