C’è un tipo umano che si manifesta soprattutto a tavola.
È colui o colei che, nel bel mezzo di un boccone, sente l’irrefrenabile bisogno di parlare. Parlare forte. Parlare tanto. Parlare… sul piatto.
È una creatura inconsapevole.
Non sa o finge di non sapere che ogni parola emessa durante la masticazione è una potenziale goccia.
Microscopiche stille di saliva che si librano come droni invisibili e si posano, lente, sulle posate, sul pane, sul bordo del bicchiere. Sul mio cibo.
Io, che sono schifiltoso, lo sento.
Lo vedo, anche se nessun altro sembra notarlo.
Sento quelle piogge, come le chiamo io, che cadono silenziose ma implacabili, disegnando sul mio appetito un cerchio rosso: zona contaminata.
È un gesto piccolo, quasi innocuo, eppure così intimo da risultare violento.
Perché mangiare è un rito. È fiducia. È esposizione.
E quando qualcuno ci parla addosso, mentre siamo con la forchetta a mezz’aria, è come se ci entrasse nel corpo senza bussare.
Allora io smetto.
Abbasso le posate.
Bevo un sorso d’acqua per chiudere la scena con dignità.
Non faccio scenate la mia è una forma di silenziosa resistenza.
A volte mi chiedono : “Hai già mangiato?”
Sì, rispondo.
Ho mangiato abbastanza : un’invasione, due sillabe sputacchiate e un’improvvisa nostalgia del vuoto.

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