Tra i protagonisti della grande avventura dell’arte italiana del secondo dopoguerra, Mattia Moreni è forse il più irregolare, il più imprevedibile, il più radicale. È l’artista che più di ogni altro ha trasformato la pittura in un campo di battaglia esistenziale, dove la materia diventa lingua, il gesto si fa rivolta, e l’immagine invece di farsi compiacente inquieta, spiazza, interroga. Moreni non ha mai cercato l’approvazione. Né del pubblico, né del mercato, né dei critici. Ha cercato una forma di verità nella pittura, anche quando essa portava con sé il rischio del rifiuto, della solitudine, dell’incomprensione. Il suo percorso non è lineare: è una spirale, un terremoto, una fuga in avanti. Ma sempre mosso da un’urgenza profonda: non dipingere il mondo, ma smascherarlo.
Dalle radici informali al rifiuto dell’etichetta Mattia Moreni nasce a Pavia nel 1920. Studia all’Accademia di Belle Arti di Brera, sotto la guida di Achille Funi, in un contesto ancora permeato dal classicismo e dalla retorica del regime. Ma Moreni è inquieto, già allora. Sa che l’arte vera non si accontenta della forma. Dopo la guerra, aderisce al movimento dell’arte informale, e nel 1952 viene incluso nel Gruppo degli Otto da Lionello Venturi, accanto a Afro, Vedova, Santomaso, Morlotti, Birolli, Corpora, Turcato. Ma a differenza di altri, Moreni rifiuta l’idea stessa di “stile” come gabbia. Non cerca coerenza esteriore, non firma con la ripetizione. Ogni tela è un esperimento, una crisi, una dichiarazione di guerra contro la quiete. Le sue opere degli anni ’50 sono dense, drammatiche, attraversate da una materia viva, come se il colore volesse esplodere fuori dal quadro. La pittura, per Moreni, è carne, fango, pensiero viscerale. È come se il quadro fosse un campo minato e l’artista il suo scavatore cieco. Contro tutto: ironia, linguaggio e iconoclastia. A partire dagli anni Sessanta, Moreni rompe con l’Informale e inaugura una fase corrosiva, ironica, ferocemente intellettuale. È un passaggio traumatico, che molti non capirono subito. Il pittore si fa filosofo iconoclasta, esploratore di segni, di simboli, di strutture linguistiche. Ma anche profeta grottesco di un’umanità sfigurata, ridicola, esposta al collasso. Nascono così le sue serie visionarie e apocalittiche: L’ingegneria del consenso, L’angoscia delle macchine celibi, L’arte è uguale a morte, I coglionauti. Titoli che da soli bastano a capire l’approccio: irriverente, filosofico, disperatamente lucido.
Moreni è uno dei pochissimi artisti italiani che ha saputo fondere la pittura con il pensiero critico, anticipando molti temi postmoderni dalla fine dell’autore al crollo del linguaggio, dall’alienazione tecnologica alla mercificazione dell’arte. Eppure, mai in modo teorico: il suo è sempre un corpo a corpo con la materia, con la tela, con la pittura stessa.
Un artista senza luogo eremita e profeta. Negli anni ’70 e ’80 Moreni vive e lavora isolato in campagna, prima nelle campagne di Pieve di Cento, poi a Brisighella, vicino a Faenza. Rifiuta il ruolo dell’artista di successo. Costruisce una mitologia personale, fatta di scritti, di manifesti, di provocazioni. Scrive e disegna come se dovesse lasciare tracce per un altro tempo, per un altro tipo di umanità. Non è un pittore da galleria, da mercato, da Biennale. È un pensatore selvatico, uno sciamano visionario, uno che osa parlare della morte, del sesso, del potere, del fallimento della civiltà con il linguaggio brutale e barocco del colore. Nei suoi ultimi lavori, la pittura si fa ancora più irregolare, più tragica, più viscerale. Sangue, feci, carne, urlo. Ma sempre dentro una struttura di pensiero: Moreni non dipinge per provocare. Dipinge per dire l’indicibile.
La pittura come forma di resistenza Oggi, Mattia Moreni è ancora un artista fuori norma. Non è stato addomesticato dal sistema dell’arte. Non è diventato un’icona facile. E proprio per questo continua a inquietare, a stimolare, a generare pensiero. Le sue opere ci parlano di un mondo che ha smarrito il senso, e di una pittura che può ancora denunciare, scavare, disturbare, trasformare. Per chi cerca l’arte come superficie liscia, come decorazione, come piacere: Moreni è disturbante. Ma per chi crede ancora che la pittura possa essere un linguaggio etico, filosofico, spirituale — Moreni è un gigante. Un artista solitario, infuocato, bruciante. Un alchimista della disperazione. Un sismografo del nostro tempo interiore.
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