Nel panorama culturale italiano del secondo dopoguerra, pochi oggetti sono stati tanto scomodi, vitali e provocatori quanto i Quaderni Piacentini.
Fondata nel 1962 da Piergiorgio Bellocchio e Antonio Rinaldis, la rivista nasce a Piacenza provincia dura, lontana dai centri del potere culturale. E proprio da lì comincia una delle esperienze intellettuali più radicali dell’Italia repubblicana.
La parola d’ordine non è: rappresentare.
È: disobbedire.
Contro tutti, anche contro se stessi
I Quaderni sono l’esempio di una cultura che non vuole piacere, non vuole vendere, non cerca consenso.
Né rivista accademica, né foglio d’opinione, ma un laboratorio per rifare da capo l’idea di intellettuale: più simile a un sabotatore che a un docente.
Scrive Bellocchio:
“Questa rivista è nata per esprimere insofferenza e dissenso.”
E dissenso è stato, costante, feroce, articolato.
Contro il Partito Comunista quando diventava burocratico.
Contro i cattolici quando erano moralisti.
Contro i liberal quando erano ciechi.
Contro gli stessi studenti del ’68 quando cadevano nella retorica.
Una rivista senza padrini
I Quaderni Piacentini non avevano sponsor, né partiti, né università alle spalle.
Non cercavano di salire su carri in corsa: li smontavano.
Lavoravano su un’idea difficile ma potente: che si potesse ancora essere radicali senza essere settari, autonomi senza essere qualunquisti, intellettuali senza essere cortigiani.
Tra le firme: Franco Fortini, Piergiorgio Bellocchio, Alfonso Berardinelli, Enzo Paci, Rossana Rossanda, Cesare Cases, Maria Antonietta Macciocchi, e molti altri.
Ogni numero era una miniera: interventi sul marxismo, la scuola, il Vietnam, l’Italia democristiana, la psicanalisi, la sinistra extraparlamentare, la poesia.
Politica + cultura + dubbio
I Quaderni non erano una rivista di sinistra nel senso canonico.
Erano di sinistra e contro la sinistra: perché la volevano migliore, più acuta, più pensante.
Scrivevano su Mao e su Brecht, su Fortini e su Adorno, sul PCI e sulle fabbriche Fiat. Ma senza inginocchiarsi davanti a nessun idolo.
Non cercavano certezze.
Cercavano una posizione etica nel linguaggio, nella critica, nella vita.
Una voce che manca
La rivista si spegne nel 1984, ma non è mai stata tanto attuale.
In un’epoca di opinioni veloci e memi politici, i Quaderni Piacentini ci ricordano cosa vuol dire davvero fare cultura politica:
avere una posizione senza diventare un dogma, criticare il proprio campo prima ancora di quello avverso, scrivere per scomodare, non per convertire.
I Quaderni Piacentini sono un antidoto.
Alla superficialità, al conformismo, al pensiero automatico.
Un esempio difficile da imitare.
E forse, per questo, ancora necessario.

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