Nata alla fine degli anni ’70, il suo nome coniato dal critico Achille Bonito Oliva segnava un gesto di rottura e di ritorno: rottura con l’arte concettuale dominante, ritorno alla pittura, al gesto, all’emozione.
La Transavanguardia Italiana è stata una delle correnti artistiche più vitali e discusse del secondo Novecento.
Era tempo di abbandonare l’ideologia e rimettere l’artista e la materia al centro. Non più solo idee, ma forme, colori, ironia, libertà.
I protagonisti
Cinque i nomi principali della Transavanguardia :
• Sandro Chia
• Francesco Clemente
• Enzo Cucchi
• Mimmo Paladino
• Nicola De Maria.
Ognuno con un linguaggio personale, ma uniti da un’attitudine comune: recuperare la manualità, la figurazione, il mito, la memoria dell’arte.
I loro dipinti, spesso su grandi tele, sono narrativi, intensi, stratificati. Si ispirano al passato ma lo reinventano con una forza del tutto contemporanea.
Un’arte postmoderna prima del postmoderno.
La Transavanguardia fu, in anticipo sui tempi, una risposta al razionalismo e all’omologazione del linguaggio artistico.
Era un’arte che affermava il diritto alla contraddizione, al sentimento, al nomadismo culturale.
In un’epoca che voleva l’artista come teorico o ideologo, loro tornavano ad essere pittori, artigiani, alchimisti del segno.
L’eredità
Criticata da alcuni per il suo “ritorno all’ordine”, amata da altri per il coraggio del gesto, la Transavanguardia ha segnato un passaggio decisivo nella storia dell’arte italiana ed europea.
Ha preparato il terreno per le libertà linguistiche degli anni ’90 e 2000, e ha riportato la pittura nei musei internazionali.
In sintesi
La Transavanguardia non fu un movimento dogmatico, ma una corrente di libertà.
In un’epoca che cercava risposte razionali, offrì immagini evocative, archetipiche, sensuali.
Non impose uno stile, ma un atteggiamento poetico verso il fare artistico.
E come ogni vero momento di svolta, resta viva. Non perché ripetuta, ma perché compresa.
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