In sanscrito, la parola rasa è una di quelle che non si lasciano chiudere in una definizione. Significa “sapore”, “essenza”, “nettare”, ma anche “sentimento profondamente vissuto”. È la sostanza emotiva che si sprigiona da un’opera d’arte quando, per un attimo, la bellezza tocca qualcosa che avevamo dimenticato di avere dentro.
Bharata e il Nāṭyaśāstra
Il primo a teorizzare il concetto di rasa fu Bharata, un saggio vissuto in un’epoca remota, forse intorno al II secolo a.C., autore del celebre Nāṭyaśāstra, il trattato fondante delle arti performative in India: teatro, danza, musica, poesia.
Secondo Bharata, un’opera è riuscita quando trasmette rasa. Non è la storia a contare, né il virtuosismo tecnico: ciò che conta è ciò che l’opera fa nascere nel cuore di chi assiste. Il pubblico non deve semplicemente capire, ma sentire.
I nove rasa
Bharata identificò nove rasa principali, ciascuno legato a un’emozione e a un tono artistico:
Śṛṅgāra amore, bellezza, attrazione Hāsya comicità, ilarità Karuṇa compassione, tristezza Raudra collera, furore Vīra eroismo, coraggio Bhayānaka terrore, paura Bībhatsa disgusto, ripulsa Adbhuta meraviglia, stupore Śānta pace, quiete, silenzio interiore
Ogni rasa nasce da una combinazione di stimoli, reazioni e sentimenti permanenti (sthayibhava). È come una formula emotiva, ma aperta, flessibile. Il poeta non inventa emozioni, le risveglia.
L’arte come trasformazione
Il punto chiave dell’estetica del rasa è che l’arte non riflette il mondo: lo trasforma interiormente. Non serve che l’esperienza rappresentata sia reale. Serve che sia vera nel modo in cui risuona in chi legge, guarda, ascolta.
Una poesia epica che narra una battaglia deve suscitare vīra rasa (l’eroismo); una scena d’addio d’amore, karuṇa rasa (la tenerezza del distacco). Ma più profondo ancora è il śānta rasa: la pace che emerge dopo tutte le emozioni, il silenzio che segue la tempesta.
Da Kalidasa a Jayadeva
Poeti come Kalidasa, con i suoi versi sul desiderio e sull’attesa, o Jayadeva, con il Gītagovinda, hanno incarnato perfettamente la poetica del rasa: scrivere non per mostrare il mondo, ma per farne sentire il sapore profondo.
Ogni metafora, ogni ritmo, ogni immagine nella poesia sanscrita è una piccola architettura costruita per condurre a quel sapore. E quando quel rasa arriva silenzioso, preciso, inevitabile la poesia non è più letta: è vissuta.

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