In sanscrito significa “grazia”, ma anche “offerta ricevuta”, “benedizione che si manifesta attraverso il cibo”. Il Prasāda non è soltanto qualcosa che si mangia: è ciò che resta dopo che il divino ha mangiato per primo. È il simbolo visibile di uno scambio invisibile.
Un cibo che ha viaggiato oltre
Nel rituale induista (e in parte anche in quello buddhista e giainista), si offre al dio o alla dea un piatto, frutta, dolci, acqua profumata. Si presenta con cura, come si farebbe con un ospite d’onore. Dopo l’offerta, il cibo ormai prasāda viene distribuito ai devoti. Non è più un semplice alimento: è passato attraverso il divino.
Il gesto ha qualcosa di disarmante: dare, senza attendersi nulla, e poi ricevere, senza chiedere. Il Prasāda diventa un atto di accettazione. È la trasformazione del cibo in dono, e del dono in riconoscenza.
Una questione di presenza
Chi crede, sente che nel Prasāda è rimasta la presenza benevola della divinità. Chi non crede, può comunque cogliere la forza del gesto: preparare qualcosa con intenzione, offrirlo, lasciarlo andare, poi riceverlo indietro trasformato.
Il Prasāda insegna che il sacro non sta nell’oggetto, ma nel gesto, e che a volte basta cambiare lo sguardo per trasformare il quotidiano in cerimonia.
Oltre il tempio
In India, milioni di persone consumano ogni giorno piccoli prasāda nelle case, nei templi, durante le feste religiose. Può essere una noce di cocco, un cucchiaino di ghee, un dolce fatto in casa. Ma c’è chi estende il concetto oltre la religione: ogni dono disinteressato, ogni atto gentile, ogni parola che consola può essere prasāda.
Perché forse non si tratta solo di cibo benedetto, ma di ciò che portiamo nel mondo dopo avere lasciato andare l’ego. Una sorta di gratitudine che si può masticare piano.

Lascia un commento