testo di : Giuseppe Scaglione
Le donne di Villani
del 20 settembre 1979
Quella di Piero Villani senza dubbio non e’ una pittura facile, non solo per il caratteristico tratto “non-figurativo”, e neppure per la perentoria invadenza con cui presenta le sue donne su tela, dati comunque sconcertanti, quanto piuttosto per il coesistere nella sua arte di momenti onirici, quasi misterici, assieme a motivi romantici, talvolta pregni di malessere esistenziale che sublima spesso in tormento d’artista.
Ben lontano dall’essere limitato da questo dualismo, Villani se ne serve con rara sensibilita’, utilizzando alternativamente le due componenti nei suoi giochi cromatici, l’una come mezzo espressivo dell’altra e viceversa, fino a fonderle in un’ unica tormentata immagine totemica, cedendo qua’ e la’ alla tentazione dell’informale, senza pero’ rimanere coinvolto.
E la tensione all’unita’ sembra atteggiarsi in movenze arcane, come in un rituale magico ove si fonde passione e distacco.
E’ una danza, e le sue figure sembrano liberarsi dal ruolo che egli stesso ha, con gesti decisi, prefissati.
Le sue donne non sono “una donna”, ma “la donna”, e l’immagine si fa idea, oltre il ricordo, oltre l’esperienza, oltre la passione, oltre la rabbia.
Le forme di Piero Villani sembrano evolversi seguendo una linea di analisi anatomica non dissimile dalla pittura gestuale di willelm De kooning, rifuggendo decisamente dallo spirito cubista, e collocando la sua opera nel solco delle avanguardie espressioniste, molto concedendo alla pittura dell’inconscio.
Qual e’ l’atteggiamento di Villani riguardo al sociale?
Egli non lo dice, nè emerge prepotente dal quadro come le sue ossessive forme femminili.
Forse è negli spazi che lascia dietro le sue figure senza scenario che si puo’ cogliere una febbrile esigenza di distacco, un’ansia di liberta’, un senso di sottile melanconia che lo invita a consumarsi sulla tela.
PIE@

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