Piero Villani


L’élite del dissenso : la “puzza al naso” come sintomo della crisi del mercato dell’arte

Il mondo delle gallerie d’arte in Italia attraversa una fase di profonda mutazione, dove il confine tra il prestigio culturale e l’arroganza commerciale si fa sempre più sottile. Quella che spesso viene definita come la “puzza al naso” di certi galleristi non è soltanto un vezzo caratteriale o un retaggio di snobismo intellettuale, ma il sintomo di un malessere strutturale che sta allontanando il collezionismo dalla passione per l’opera.

Un sistema sotto assedio tra asimmetrie fiscali e rigidità Negli ultimi anni, il sistema galleristico italiano è stato messo a dura prova da una pressione fiscale che non ha eguali in Europa. Mentre mercati come quello francese o tedesco godono di aliquote agevolate che favoriscono la circolazione delle opere, l’Italia continua a scontare un’IVA elevata che penalizza sia il venditore che l’acquirente. Questo contesto ha generato una sorta di “difesa aristocratica”: molti operatori del settore, invece di aprirsi a nuove dinamiche di mercato, si sono rifugiati in una chiusura elitaria, guardando con sospetto o sufficienza chiunque non faccia parte di una ristretta cerchia di insider.

La crisi della fiducia, falsi e opacità Un altro fattore che alimenta questa rigidità è la crescente diffidenza dovuta ai recenti scandali legati a opere contraffatte o a compravendite poco trasparenti. Casi eclatanti di falsificazioni, che hanno coinvolto anche nomi di primo piano dell’arte contemporanea, hanno ferito la credibilità del settore. Quando il mercato perde la sua bussola etica, il gallerista tende a innalzare barriere: la “puzza al naso” diventa allora un meccanismo di autodifesa, un modo per marcare una distanza (spesso presunta) da un mercato percepito come inquinato.

Il paradosso delle Grandi Fiere Eventi come Arte Fiera 2025 hanno evidenziato questo paradosso. Da un lato c’è il fermento creativo e l’interesse delle istituzioni, dall’altro un’insoddisfazione latente degli espositori verso le politiche gestionali. Il risultato è un clima di freddezza dove l’opera d’arte rischia di diventare un mero asset finanziario, privo di quel calore umano e intellettuale che dovrebbe caratterizzare lo scambio culturale.

Conclusione oltre il pregiudizio
Per superare questa fase, non basta un cambio di atteggiamento individuale. È necessario che il mercato dell’arte ritrovi una trasparenza normativa e una visione strategica. Finché il gallerista si sentirà un sopravvissuto in un sistema ostile, continuerà ad arricciare il naso di fronte al nuovo, perdendo l’occasione di essere ciò che dovrebbe essere : un ponte tra l’artista e il mondo, non un doganiere del gusto .

Published by


Lascia un commento