Se a Bitonto vi chiamano “trusciante”, non è un complimento. Il termine indica persone rozze, trasandate, e in passato era addirittura usato per definire mendicanti, ladruncoli e piccoli truffatori.
Ma chi erano i Truscianti?
Il nome “Truscianti” deriva da un gruppo di nomadi che si stanziò a Bitonto, nel Barese, intorno all’Ottocento. Questo popolo, di origine sconosciuta, si dedicava al piccolo commercio ambulante, ma anche all’accattonaggio e a qualche imbroglio di poco conto.
I Truscianti occuparono parti del centro storico abbandonate, trovando case in precarie condizioni igieniche e strutturali. Nonostante i loro tentativi di integrazione con i cittadini bitontini, furono sempre emarginati: non avevano casa in affitto, né lavoro, e spesso venivano ignorati. Costretti dalle circostanze, si guadagnavano da vivere con espedienti non sempre legali.
Col passare del tempo, la comunità riuscì a integrarsi maggiormente nella città, ma il termine “truscianti” è rimasto nel dialetto locale, con il significato di chi è dedito all’inganno o sinonimo di rozzezza e sciatteria.
Il termine è poco conosciuto nel resto del Barese, ma si ritrova ad Andria e nel Foggiano, con varianti come “trusciatore”. Nel Foggiano, “trusciante” indica chi vive alla giornata senza un’occupazione fissa, non necessariamente usando metodi illeciti.
Secondo il dialettologo foggiano Nando Romano, l’origine del termine potrebbe derivare dalla parola “truscia”, usata in Calabria e Sicilia come sinonimo di “roba” o “fagotto”. Questo caricherebbe il termine di un significato simbolico, poiché nella tradizione dei tarocchi l’uomo con il fagotto è colui che lascia tutto per cercare la verità suprema.
Oltre al nome, la comunità dei Truscianti sviluppò un proprio gergo, non una lingua vera e propria, ma un vocabolario specifico usato in alcuni contesti. Fra le parole individuate ci sono molte che riguardano i soldi, come čambə də purkə (“zampa di maiale”, ossia 40mila lire), oggetti di vario tipo come fangosə per “scarpe” o ğğirandə per “giradischi”, e riferimenti ai piccoli reati, all’azzardo e alle forze dell’ordine, con termini come marśkə per “sbirro” e kandatörə per “colui che riferisce alla polizia”.
Un episodio tragico che portò i Truscianti sotto i riflettori nazionali avvenne tra il 1971 e il 1972, quando cinque bambini di famiglie di questa comunità furono trovati morti in alcune cisterne di Bitonto. Le indagini non riuscirono a trovare i colpevoli, e il mistero rimane tuttora irrisolto. Questo episodio è stato anche marginalmente citato nel film del 1972 di Luciano Fulci, “Non si sevizia un paperino”.
I Truscianti, con la loro storia di marginalità, integrazione e identità, rappresentano un capitolo particolare e ancora poco conosciuto della storia pugliese, testimonianza di un popolo nomade che ha lasciato un segno nel tempo e nel dialetto locale.

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