Piero Villani


Radical chic

Il termine “radical chic” indica una contraddizione sociale e culturale, più che un vero gruppo organizzato.

Origine del termine

L’espressione nasce nel 1970 da un saggio ironico del giornalista americano Tom Wolfe, Radical Chic & Mau-Mauing the Flak Catchers.

Wolfe descriveva l’alta borghesia newyorkese che sosteneva cause rivoluzionarie (come i Black Panthers) nei salotti di lusso, trasformando l’impegno politico in un fatto mondano.

Chi sono, in sostanza

I radical chic sono generalmente :

persone benestanti, colte, spesso élite culturali che abbracciano idee radicali, rivoluzionarie o anti-sistema senza però rinunciare ai propri privilegi economici e sociali

La critica implicita è che

l’impegno è estetico, simbolico, identitario più che concreto o rischioso la radicalità diventa uno stile, non una pratica

Perché il termine è spesso dispregiativo

“Radical chic” viene usato per accusare qualcuno di :

ipocrisia (predicare uguaglianza vivendo nel privilegio) opportunismo morale militanza a costo zero uso delle cause sociali come capitale culturale o di prestigio

Non è una categoria politica precisa

Non indica :

un’ideologia coerente un partito un movimento

È piuttosto una etichetta polemica, spesso usata :

da avversari politici per delegittimare intellettuali, artisti, giornalisti, celebrità

Un punto importante

Il termine può essere :

strumento critico legittimo quando smaschera l’ipocrisia ma anche arma retorica per zittire qualunque posizione progressista proveniente da ambienti colti o agiati

In breve :

Il radical chic non è “chi ha idee radicali”, ma chi le consuma come un bene di lusso.

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