Posso davvero stupire solo quando smetto di cercare di stupire.

L’astrazione non sorprende più per la forma in sé

lo ha già fatto.

Oggi può farlo soltanto attraverso l’intensità, la necessità, il rischio.

Ciò che mi interessa è la radicalità interiore

quando ciò che arriva sulla tela non è progettato per funzionare, ma è inevitabile.

Quando l’opera non nasce come decorazione, ma come necessità

Credo nella coerenza portata all’estremo. Non nella varietà, ma nell’ossessione.

Tornare sullo stesso problema per anni, consumarlo, abitarlo.

Un’ossessione riconoscibile vale più della semplice bravura.

Accetto l’errore come linguaggio

L’astrazione vive quando l’errore non viene corretto, ma accolto.

È lì che il rischio diventa reale e la superficie smette di essere controllata.

Cerco di rendere visibile il tempo

stratificazioni, ripensamenti, cancellazioni. Non l’istante, ma la durata.

Non il gesto, ma la sua persistenza.

Scelgo il silenzio, non il rumore

In un mondo saturo di immagini, mi interessa ciò che resiste allo sguardo rapido, ciò che non si concede subito e chiede permanenza.

Rivendico una certa inattualità consapevole

non seguire le tendenze, né opporvisi per posa.

Essere fuori tempo in modo naturale.

In fondo, per me, stupire significa questo

non voler comunicare, ma testimoniare.

Non dire guardami, ma sono qui perché non potevo essere altrove.

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