viene usata in senso critico e metaforico per indicare una possibile deriva spettacolare, ideologica e polarizzante di una delle istituzioni culturali più autorevoli al mondo.
Non allude tanto a Donald Trump come individuo, quanto a un modello culturale associato al trumpismo.
In genere il termine richiama alcuni fenomeni intrecciati :
Spettacolarizzazione e semplificazione
La Biennale, storicamente luogo di complessità, ambiguità e ricerca, rischierebbe di trasformarsi in un grande evento mediatico dove contano più lo slogan, l’immagine virale e la provocazione immediata che la stratificazione concettuale.
Un’arte “a colpo d’occhio”, facilmente condivisibile e rapidamente consumabile.
Polarizzazione ideologica
La “trumpizzazione” implica una logica amico/nemico : opere e curatele che non aprono domande ma prendono posizione in modo frontale, spesso moralistico.
L’arte diventa strumento di conferma identitaria più che spazio di dubbio, contraddizione o pensiero critico.
Retorica del potere e del brand
Come nel trumpismo politico, il brand conta più del contenuto.
Curatori-star, artisti-brandizzati, padiglioni concepiti come operazioni di marketing culturale o geopolitico.
La Biennale come vetrina di soft power più che come laboratorio di senso.
Populismo culturale “alto”
Paradossalmente, non si tratta di abbassare il livello, ma di usare un linguaggio apparentemente sofisticato per veicolare messaggi semplificati e prevedibili, che rassicurano un pubblico già convinto e allineato.
Perdita di ambiguità
Uno degli effetti più gravi : la riduzione dell’ambiguità, che è sempre stata una forza dell’arte contemporanea.
Nella “trumpizzazione” tutto deve essere leggibile, dichiarativo, posizionato.
L’opera che non si capisce subito diventa sospetta o irrilevante.
In sintesi, parlare di “trumpizzazione della Biennale” significa denunciare il rischio che una grande istituzione culturale adotti le stesse logiche della politica-spettacolo : consenso rapido, narrazioni forti, identità rigide, conflitto simbolico permanente.
Non è una questione di destra o sinistra, ma di impoverimento del pensiero critico e di trasformazione dell’arte in strumento di comunicazione anziché di conoscenza.
Lascia un commento