Spiritualità ferita e nichilismo moderno : le tele come spazi mentali claustrofobici

Mark Rothko è spesso collocato, con una semplificazione che ne tradisce la portata, all’interno dell’“astrazione americana”. Ma questa etichetta, utile ai manuali, è profondamente insufficiente. Le sue tele non sono mai state esercizi formali, né tantomeno decorazioni cromatiche. Rothko non dipingeva “quadri astratti”: costruiva luoghi mentali, campi di tensione emotiva in cui lo spettatore è chiamato a entrare, non a osservare.

Al centro della sua opera si annida un conflitto insanabile : il desiderio di una spiritualità assoluta in un mondo che ha smarrito il sacro, e la progressiva consapevolezza del vuoto che ne deriva. È in questo scarto che si forma la sua pittura più radicale e la sua tragedia personale.

Oltre l’astrazione : il rifiuto del decorativo

Rothko detestava l’idea che i suoi lavori potessero essere letti come “belle superfici”. La bellezza, per lui, non era mai un fine. Era piuttosto un mezzo per attirare lo spettatore dentro un’esperienza limite. Le grandi campiture di colore, apparentemente semplici, non offrono riposo : inermi, sospese, gravano sul campo visivo.

Non c’è ritmo, non c’è narrazione, non c’è gesto liberatorio. I rettangoli non si incastrano: si fronteggiano, come presenze mute. Il colore non illumina, ma assorbe. Anche quando è saturo, è trattenuto, spesso velato, come se stesse per spegnersi.

Rothko costruisce una pittura che nega l’ornamento, perché l’ornamento consola. E lui non voleva consolare nessuno.

Spiritualità senza Dio

Uno degli aspetti più complessi del lavoro di Rothko è il suo rapporto con il sacro. Non si tratta di religiosità in senso confessionale, ma di una nostalgia del trascendente. Rothko era profondamente segnato dal pensiero tragico : Nietzsche, il teatro greco, il mito come spazio di verità primordiale.

Ma a differenza dell’arte sacra tradizionale, nelle sue tele Dio non appare mai. Non c’è rivelazione, non c’è epifania. C’è solo l’attesa. Una lunga, estenuante attesa che non trova compimento.

Le sue opere funzionano come cappelle laiche, luoghi di raccoglimento in cui, però, non accade nulla. Ed è proprio questo nulla a diventare il contenuto ultimo dell’esperienza. La spiritualità di Rothko non salva: interroga, logora, espone.

Spazi mentali claustrofobici

Contrariamente a quanto si pensa, le tele di Rothko non sono “aperte”. Non espandono lo spazio : lo chiudono. I margini dei campi cromatici sono spesso sfocati, instabili, come membrane che non permettono una vera fuga. Lo spettatore non contempla: è inglobato.

Più ci si avvicina, più il quadro diventa una presenza opprimente. Le dimensioni monumentali non celebrano, ma schiacciano. Non siamo davanti a un paesaggio interiore sereno, ma a un luogo di concentrazione emotiva estrema, simile a una stanza senza finestre.

Queste tele non rappresentano stati d’animo : li producono. E ciò che producono è spesso inquietudine, silenzio, sospensione, una forma di ansia senza oggetto.

Il colore come materia esistenziale

Nel lavoro di Rothko il colore non è mai simbolico in senso tradizionale. Non “significa” qualcosa di preciso: accade. I rossi non sono vitali, i blu non sono rasserenanti, i neri non sono semplicemente funerei. Ogni combinazione è una relazione instabile, una frizione emotiva.

Con il passare degli anni, la tavolozza si oscura. I contrasti si attenuano. I colori sembrano ritirarsi in se stessi. Questa progressiva sottrazione non è una scelta stilistica autonoma : è il riflesso di una depressione crescente, che non trova più possibilità di compensazione.

Nelle ultime opere, il colore non vibra più : resiste a fatica.

Depressione, isolamento, suicidio

Il suicidio di Rothko nel 1970 non può essere letto come un evento improvviso o isolato. È piuttosto il punto finale di un lungo processo di esaurimento psichico. L’artista viveva una profonda frattura tra la radicalità della propria visione e il mondo reale : il mercato, le istituzioni, il successo stesso.

Sentiva che la sua pittura veniva consumata come superficie estetica, esattamente ciò che aveva sempre combattuto. Questa percezione di fallimento non artistico, ma esistenziale si intrecciava a una depressione clinica sempre più grave.

Il gesto estremo non “spiega” le opere, ma le illumina retroattivamente : molte tele degli ultimi anni sembrano già anticipare un congedo, un progressivo svuotamento di senso.

Non decorazione, ma esperienza limite

Ridurre Rothko a una figura chiave dell’astrazione è un errore critico e, in fondo, etico. Le sue opere non chiedono di essere ammirate, ma attraversate. Non offrono risposte, né piacere immediato. Chiedono tempo, silenzio, disponibilità al disagio.

In un’epoca che consuma immagini con voracità, Rothko resta scomodo. Le sue tele non intrattengono. Espongono il vuoto, senza ironia e senza protezioni. Ed è forse proprio per questo che continuano a inquietare : perché non ci permettono di fuggire né nel sacro, né nel nichilismo puro.

Ci lasciano sospesi, esattamente dove l’artista ha vissuto e dove, infine, non ha più retto.

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