Piero Villani


Nomadismo

Il tema del nomadismo e della razzializzazione della povertà rappresenta una delle chiavi di lettura più profonde per comprendere la condizione delle popolazioni Rom e Sinte in Italia.

Questi due concetti non sono separati, ma si alimentano a vicenda in un circolo vizioso che trasforma una condizione socio-economica (la povertà) in un tratto culturale o biologico immutabile.

L’invenzione del “Nomadismo”

Contrariamente alla credenza popolare, la stragrande maggioranza dei Rom e dei Sinti in Italia (circa l’80-90%) è sedentaria da generazioni.

Molti sono cittadini italiani da secoli o rifugiati fuggiti dai conflitti nei Balcani degli anni ’90.

Il nomadismo come categoria giuridica

In Italia, a partire dagli anni ’80, diverse leggi regionali hanno definito queste comunità come “nomadi”.

Questo ha portato alla creazione dei “campi nomadi”, aree segregate nate con l’idea errata di assecondare una presunta “cultura del viaggio” che in realtà non esisteva più o non riguardava quei gruppi.

La profezia che si autoavvera

Definendo queste persone come “nomadi”, le istituzioni hanno spesso giustificato la negazione di case popolari o abitazioni stabili, costringendole a vivere in roulotte o container.

Il viaggio è diventato così un nomadismo forzato causato dagli sgomberi continui e dall’instabilità abitativa, non una libera scelta culturale.

La Razzializzazione della Povertà

La razzializzazione è il processo attraverso il quale un gruppo sociale viene definito attraverso caratteristiche fisiche o culturali presentate come “naturali” e insormontabili.

Nel caso dei Rom e dei Sinti, questo processo colpisce direttamente la loro condizione economica.

Etnicizzazione del disagio

La povertà, la mancanza di lavoro e il degrado abitativo non vengono analizzati come problemi sociali legati alla mancanza di politiche inclusive, ma come “caratteristiche proprie della cultura rom”.

Giustificazione dell’esclusione

Se si crede che vivere nel degrado sia una scelta culturale, la società si sente meno responsabile.

La povertà smette di essere una condizione temporanea e diventa una “colpa etnica”.

Il marchio della devianza

Spesso le strategie di sopravvivenza legate alla marginalità (come il recupero di materiali o il piccolo commercio informale) vengono lette non come risposte alla miseria, ma come una propensione innata all’illegalità, alimentando ulteriormente il pregiudizio.

L’Italia come “Il Paese dei Campi”
L’Italia è stata spesso richiamata dalle istituzioni europee per la gestione segregante di queste popolazioni.

Mentre la percezione comune suggerisce che queste persone amino vivere nei campi, la realtà sociologica mostra che il campo è un’istituzione totale che produce esclusione.

Vivere in un campo rende estremamente difficile l’accesso al lavoro a causa dello stigma del territorio (antiziganismo) e ostacola l’istruzione dei minori a causa della marginalizzazione spaziale, poiché i campi sono spesso situati lontano dai centri abitati e dai servizi essenziali.

Conseguenze

L’Antiziganismo

Questo intreccio tra nomadismo presunto e povertà razzializzata alimenta l’antiziganismo, una forma specifica di razzismo.

Quando la povertà viene etnicizzata, non si combatte più la causa del disagio, ma si finisce per colpevolizzare il gruppo sociale, trattandolo come un problema di ordine pubblico o di sicurezza nazionale anziché come una questione di diritti di cittadinanza.

In sintesi

Trasformare un bisogno (la casa) in un tratto etnico (il nomadismo) permette alle istituzioni di offrire soluzioni speciali e marginalizzanti (i campi) anziché soluzioni ordinarie e inclusive.

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