Avere una visione “patologizzante”
significa interpretare comportamenti, emozioni o tratti della personalità esclusivamente attraverso la lente della malattia, del disturbo o del “difetto” biologico/psichico.
Sebbene la diagnosi
sia uno strumento fondamentale nella medicina e nella psicologia clinica, l’eccesso di patologizzazione può diventare un limite. Ecco un’analisi di quando e come questo approccio si manifesta e quali sono le sue implicazioni.
Quando la diagnosi è necessaria (Il valore clinico) In ambito medico e psicoterapeutico, “patologizzare” (nel senso di diagnosticare) è essenziale per :
Identificare un trattamento
Senza una categoria clinica, è difficile stabilire un protocollo di cura efficace.
Validare la sofferenza
Per molti pazienti, ricevere una diagnosi significa capire che il loro malessere ha un nome e che non è una “colpa” o un fallimento personale.
Accesso ai servizi
Molte tutele legali e assistenziali richiedono una certificazione patologica.
Quando la visione diventa problematica (L’eccesso)
Si parla di visione patologizzante in senso negativo quando si trasforma tutto ciò che è “diverso” o “scomodo” in una malattia.
Ecco alcuni scenari tipici
La negazione della Neurodiversità
Quando tratti come l’autismo o l’ADHD vengono visti solo come “guasti da riparare” anziché come modi diversi di processare le informazioni.
La medicalizzazione delle emozioni normali
Quando la tristezza fisiologica per un lutto viene immediatamente etichettata come depressione maggiore, o l’ansia prima di un evento importante viene trattata solo come disturbo d’ansia.
Controllo sociale
Storicamente, la patologizzazione è stata usata per emarginare gruppi sociali (si pensi a quando l’omosessualità era inserita nei manuali diagnostici).
Riduzionismo
Quando si ignora il contesto sociale, economico o relazionale di una persona, attribuendo tutto il disagio a uno squilibrio chimico nel cervello.
Le conseguenze del “Vedere Malati ovunque”
Adottare uno sguardo troppo clinico sulla vita quotidiana comporta dei rischi :
Stigma
L’etichetta può diventare l’identità della persona (“io sono un bipolare” invece di “io soffro di disturbo bipolare”).
Perdita di Agency
Se tutto è una patologia, l’individuo può sentire di non avere potere decisionale o responsabilità sulle proprie azioni, delegando tutto ai farmaci o agli esperti.
Semplificazione
Si rischia di non indagare le cause profonde (traumi, ambiente tossico, solitudine) perché ci si ferma al sintomo.
Come bilanciare lo sguardo
L’alternativa alla patologizzazione estrema è l’approccio bio-psico-sociale. Questo modello non nega la patologia, ma la integra in un quadro più ampio:
Biologico
La predisposizione genetica e la chimica.
Psicologico
La storia personale e i meccanismi di difesa.
Sociale
L’ambiente, la cultura e le relazioni.
In sintesi
avere una visione patologizzante è utile quando serve a curare, ma diventa dannosa quando serve a etichettare o isolare la diversità umana.
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