La morte di Emanuele Galeppini, giovane promessa del nostro sport, avvenuta nel tragico rogo di Crans-Montana, non è solo una notizia di cronaca nera : è uno squarcio nel tessuto delle nostre sicurezze.
Emanuele rappresentava quella “estetica della presenza” di cui ho spesso scritto : un corpo giovane, vitale, proiettato verso il futuro attraverso il rigore e la geometria del golf. Vederlo strappato alla vita in un luogo deputato alla spensieratezza e alla celebrazione del nuovo anno trasforma la geografia di quel luogo la Svizzera, le vette, il resort in una mappa del dolore collettivo.
La Festa Interrotta
Nelle mie note sulla fenomenologia critica, ho spesso indagato come l’immagine possa diventare un simulacro. Ma davanti alle foto di Emanuele, ai suoi funerali che oggi uniscono Genova e il mondo intero, l’immagine torna a essere tragicamente carne e sangue.
Il giovane e la disciplina : Emanuele non era solo un atleta di talento; era il simbolo di una generazione che, lontano dal disordine visivo del digitale, cercava nella precisione del gesto sportivo una propria identità.
Lo spazio violato : Crans-Montana, da luogo di loisir e di incontro internazionale, si è trasformato in un non-luogo di cenere. La sociologia urbana ci insegna che i luoghi cambiano identità attraverso gli eventi che ospitano; oggi, quel nome evoca un monito sulla fragilità della bellezza.

Lascia un commento