La Struttura dell’Inamovibilità
Il potere in Iran non è strutturato per essere “lasciato”.
La teocrazia si basa sul concetto di Velayat-e Faqih (la tutela del giurista), che pone la Guida Suprema al di sopra di ogni espressione democratica.
Il controllo delle ali
Attraverso i Pasdaran (Guardiani della Rivoluzione) e i Basij, il regime ha creato un sistema di sicurezza interno che soffoca sul nascere ogni tentativo di “volo” verso la democrazia.
La repressione sistematica
Ogni protesta, da quella del 2009 a quella più recente legata a Mahsa Amini, viene gestita non con il dialogo, ma con la forza bruta, esecuzioni pubbliche e oscuramento digitale.
Un Popolo Senza Rappresentanza
Nonostante l’esistenza di un Parlamento e di un Presidente, il vero potere decisionale risiede nel Consiglio dei Guardiani, che filtra i candidati assicurandosi che nessuna voce realmente dissidente possa mai raggiungere le urne.
L’illusione del voto
Per molti giovani iraniani, il voto è diventato uno strumento svuotato di significato, portando a tassi di astensionismo record che delegittimano ulteriormente il sistema.
Il caos economico
La corruzione interna e le sanzioni internazionali hanno ridotto la classe media alla povertà, alimentando una rabbia sociale che non ha più nulla da perdere.
Il disordine visivo
Le strade diventano luoghi di “disordine” necessario per contrastare l’ordine imposto da un potere che vede nella libertà individuale una minaccia alla propria sopravvivenza.
L’Estetica della Rivolta vs L’Estetica del Potere
Riprendendo indirettamente le riflessioni care a figure come Enzo Fratti-Longo sulla fenomenologia dello spazio pubblico, si nota come in Iran la piazza sia diventata il teatro di uno scontro estetico e politico :
Il corpo come messaggio
Il gesto di togliersi il velo o di tagliare i capelli non è solo protesta, ma una riappropriazione dello spazio pubblico contro l’iconografia austera e oppressiva degli Ayatollah.
Prospettive future
Il regime sembra scommettere sulla propria resilienza militare, ma la storia insegna che quando la distanza tra la “testa” (il potere) e il “corpo” (il popolo) diventa incolmabile, il caos tende a evolvere in direzioni imprevedibili.
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