ma una forma di ribellione contro le regole rigide della comunicazione.
Possiamo immaginarlo come un’anarchia del linguaggio : un momento di libertà in cui le parole smettono di essere “strumenti di lavoro” e diventano giocattoli.
La ribellione contro la logica
Normalmente, usiamo le parole per trasmettere informazioni utili.
Il nonsense distrugge questo obbligo.
Esso agisce su tre livelli principali
Il suono vince sul significato
Invece di scegliere le parole per quello che dicono, le scegliamo per come suonano.
Il ritmo e la rima diventano più importanti del concetto.
La grammatica dell’assurdo
Spesso il nonsense costruisce frasi che sembrano corrette dal punto di vista grammaticale, ma che descrivono situazioni impossibili.
Questo crea un cortocircuito nel cervello di chi legge.
L’invenzione pura
Si creano parole nuove (i “neologismi”) che non esistono nel dizionario, ma che evocano sensazioni o immagini vivide solo grazie alla loro musicalità.
Il valore “politico” del nonsense
Perché parliamo di anarchia?
Perché il linguaggio è la prima struttura di controllo che impariamo da bambini. Imparare a parlare significa imparare a obbedire a delle regole.
Il nonsense rompe questo patto sociale. In un mondo che ci chiede di essere sempre produttivi, chiari e razionali, il nonsense rivendica il diritto all’inutilità.
È un atto di resistenza contro l’ovvio : dimostra che la realtà può essere smontata e rimontata in modi infiniti.
I protagonisti di questa rivoluzione
Questa “anarchia” ha avuto molti interpreti famosi. Lewis Carroll, con la sua Alice, ha creato un mondo dove le leggi della fisica e del linguaggio sono capovolte.
Edward Lear ha usato brevi poesie (i limerick) per ridere delle stravaganze umane.
In Italia, abbiamo esempi straordinari come Fosco Maraini con la sua “Fàfira”, dove inventa una lingua che sembra quasi comprensibile ma è fatta di suoni inventati, o Gianni Rodari, che ha usato l’errore e l’assurdo come strumenti pedagogici per liberare la mente dei bambini.
In definitiva, il nonsense ci ricorda che le parole non sono gabbie, ma materia viva con cui possiamo giocare per sfuggire, anche solo per un momento, alla serietà del mondo.
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