Piero Villani


Il Grano del Silenzio

Il Grano del Silenzio

Julian non guidava la sua Rolls-Royce, la abitava.

Era un guscio d’alluminio e pelle che fendeva una Londra fatta di cartapesta.

Quella mattina, dopo aver rubato scatti ai volti scavati di un dormitorio facce che sembravano topografie del dolore sentiva il bisogno di un vuoto assoluto.

Voleva il nulla

Si fermò in un parco periferico dove il verde era così saturo da sembrare finto.

Vide una coppia.

Non erano amanti, erano due punti di pressione in un paesaggio immobile.

Scattò. Click.

Il rumore dell’otturatore fu l’unico segno di vita.

Poi lei arrivò.

Una donna senza età, con gli occhi che sembravano negativi non sviluppati.

“Mi dia quella memoria di me,” disse lei.

Non chiese il rullino.

Chiese la sua esistenza.

Julian sorrise con la crudeltà di chi possiede lo sguardo e le diede un rullino vuoto.

Un pezzo di plastica che conteneva solo buio.

Tornò nel suo studio.

Lo studio non era un ufficio, era una cattedrale dedicata all’ossessione.

Accese le lampade.

Iniziò il Blow-Up.

Ingrandì una fronda.

Poi un’ombra.

Poi l’ombra dell’ombra.

Sulla carta fotografica, i grigi iniziarono a ribellarsi.

Più spingeva l’obiettivo verso il dettaglio, più la realtà si sgretolava in molecole d’argento.

Al centro dell’immagine, dietro un cespuglio che ora sembrava un’esplosione di polvere, apparve qualcosa.

Non era un corpo.

Era una mano, ma una mano che finiva in una scia di fumo, come se qualcuno stesse venendo cancellato dal mondo proprio mentre veniva fotografato.

Julian sentì un brivido chimico lungo la schiena.

Tornò al parco nella notte, una macchia scura nel buio.

Dove avrebbe dovuto esserci il cadavere, trovò solo un vecchio grammofono abbandonato nell’erba alta.

Il disco girava, ma la puntina grattava il nulla.

Un suono di superficie.

Il rumore del tempo che si consuma.

Tornando, si accorse che il suo studio era stato saccheggiato.

Non avevano rubato le macchine, avevano rubato le immagini.

Gli avevano tolto i ricordi di quella giornata.

Disperato, finì in un club dove la musica era così alta da diventare silenzio.

Vide la donna.

Cercò di afferrarla, ma lei si sciolse tra la folla come un granello di sale nell’acqua.

All’alba, Julian tornò nel prato del parco.

Era stordito, l’aria sapeva di ozono e sogni interrotti.

Un gruppo di mimi entrò nel campo da tennis vicino.

Non avevano racchette.

Non avevano una pallina.

Eppure, il rituale era perfetto.

I muscoli si tendevano, i piedi stridevano sul cemento.

Julian li guardò, pronto a ridere della loro follia.

Poi accadde. Il suono di un colpo secco. Toc.

La pallina invisibile rimbalzò vicino a lui.

Julian non si chiese più se fosse vero.

Si chinò, raccolse quel pezzo di niente e lo lanciò di nuovo verso il campo.

Mentre camminava verso la sua auto, guardò le proprie mani. Erano sfuocate.

Il contorno delle sue dita stava perdendo nitidezza, diventando grigio, granuloso, astratto.

Julian non era più un fotografo.

Era diventato l’ultimo scatto di un rullino mai sviluppato.

SINTESI

In questo racconto la fotografia non è uno strumento di documentazione ma un processo di erosione ontologica che consuma il soggetto e l’osservatore.

Julian attraversa una Londra spettrale cercando di catturare l’essenza della realtà, finendo però per scontrarsi con l’inconsistenza del visibile.

La ricerca ossessiva del dettaglio attraverso il Blow-Up porta al collasso della materia, trasformando l’immagine in un’astrazione dove il corpo svanisce e resta solo la grana del dubbio.

Il passaggio dalla certezza dell’otturatore alla partecipazione al gioco invisibile dei mimi segna la capitolazione definitiva della logica razionale di fronte all’assurdo.

Raccogliendo la pallina inesistente Julian accetta la finzione come unica realtà possibile, subendo una metamorfosi chimica che lo priva dei suoi contorni umani.

Egli smette di essere colui che guarda per diventare l’oggetto guardato, un’immagine sfuocata destinata a perdersi nel buio di un rullino mai sviluppato.

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