Il Perimetro del Vuoto.
L’appartamento nell’Upper West Side era un labirinto di soffitti alti e parquet che scricchiolava sotto il peso di un silenzio ereditato. Elias e Clara ci vivevano come due particelle in una camera a nebbia: visibili, ma isolate. Non uscivano quasi mai; la città, fuori, era solo un riflesso metallico sui vetri.
L’Invasione
Tutto accadde senza violenza. Un martedì, mentre Elias stendeva un blu di Prussia su una tela poggiata a terra, un suono sordo arrivò dall’ala est. Non era un passo, ma il rumore di uno spazio che si sigilla.
“Hanno preso il salone e la biblioteca,” disse Clara, entrando nello studio con il portatile sottobraccio. Non chiese chi. Non c’era bisogno di nomi per l’inevitabile. Elias posò il pennello. Chiuse la porta di quercia che separava il corridoio dalla zona notte e girò la chiave. La serratura scattò con un suono definitivo.
La Resistenza Astratta
Si stabilirono nelle tre stanze rimaste. Clara trasformò il tavolo da toeletta nella sua postazione di lavoro. Il ticchettio frenetico dei suoi tasti era l’unico argine contro il silenzio che premeva dall’altra parte della porta.
Elias, invece, si dedicò a una serie di tempere astratte. Dipingeva su cartone, cercando di intrappolare nelle forme geometriche quel senso di “disordine visivo” che sembrava mangiarsi la loro casa. I suoi quadri erano pieni di linee spezzate e campiture piatte: tentativi di mappare un confine che continuava a restringersi.
“Se riesco a dare una forma al vuoto,” pensava Elias, “forse smetterà di avanzare.”
La Cucina Perduta
Una notte, Elias avvertì un cambiamento nella densità dell’aria. Si alzò a piedi nudi e si avvicinò alla cucina per bere. La porta era socchiusa, ma non riuscì a spingerla. Non c’era un mobile a bloccarla, né una persona. C’era solo una presenza densa, un’occupazione molecolare che rendeva l’aria solida, inaccessibile.
Non vide nessuno. Non udì respiri. Eppure, la cucina non era più sua.
Tornò in camera e scosse Clara. “Anche la cucina,” sussurrò. “Non possiamo più mangiare lì.”
Lei non sollevò gli occhi dallo schermo, ma le sue dita tremarono. “Abbiamo ancora i biscotti e l’acqua in camera. Basteranno per un po’.”
L’Uscita
Tre giorni dopo, la presenza occupò il corridoio. Elias e Clara si ritrovarono schiacciati contro la finestra che dava sulla 72esima strada. La casa era diventata un corpo estraneo che li espelleva.
Non presero nulla. Elias lasciò le sue tempere ancora umide sul pavimento; Clara lasciò il PC acceso, con il cursore che lampeggiava come un ultimo battito cardiaco nel buio. Uscirono sul pianerottolo, richiusero il portone blindato e gettarono le chiavi nel condotto dei rifiuti.
Mentre camminavano verso Central Park, confusi tra la folla che non sapeva nulla del loro esilio, Elias sentì che la sua ultima opera era finalmente compiuta: un quadro perfettamente bianco, il ritratto di una casa che non esisteva più.
SINTESI :
Il racconto delinea una parabola sull’alienazione e sulla perdita di possesso attraverso la storia di Elias e Clara, intrappolati in un appartamento dell’Upper West Side che subisce un’invasione silenziosa e metafisica.
Questa occupazione non avviene tramite una forza fisica o nemici visibili, ma si manifesta come una densità dell’aria che rende progressivamente gli ambienti inaccessibili, costringendo i due protagonisti a una resistenza fatta di gesti minimi e arte astratta.
Elias tenta di mappare questo disordine visivo e il vuoto che avanza attraverso le sue tempere, cercando invano di dare una forma geometrica a un’erosione domestica che non lascia scampo.
La narrazione si chiude con l’espulsione definitiva della coppia verso l’esterno, dove l’abbandono della casa si trasforma nell’ultima opera d’arte di Elias: un quadro bianco che simboleggia l’assoluta e compiuta cancellazione del loro spazio vitale.
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