L’Ontologia del Limite
Dialogo tra Ordine e Caos Il confine tra ordine e caos non è una linea di demarcazione netta, come un muro che separa due regni nemici, bensì una membrana osmotica.
Nella storia del pensiero occidentale
abbiamo spesso cercato di isolare l’ordine come valore positivo (il Cosmos greco, l’armonia, la legge) e di relegare il caos al ruolo di puro rumore, di vuoto o di minaccia.
Eppure, la riflessione contemporanea ci suggerisce che la vitalità di qualunque sistema sia esso un organismo biologico, una struttura sociale o un’opera d’arte risieda proprio nell’impossibilità di tracciare quel confine in modo definitivo.
La complessità e l’auto-organizzazione
Da un punto di vista scientifico, il confine è il luogo della “complessità”. Un sistema perfettamente ordinato è un sistema morto, incapace di reagire agli stimoli esterni perché intrappolato nella propria rigidità.
Al contrario, un sistema puramente caotico si dissolve nell’entropia, perdendo ogni capacità di trasmettere informazione.
La vita accade in quella sottile fascia di transizione che i fisici chiamano “edge of chaos”.
Qui, il disordine non è distruzione
ma il serbatoio di possibilità da cui l’ordine attinge per rinnovarsi.
È il principio dell’auto-organizzazione : il caos fornisce l’energia e la varietà, mentre l’ordine fornisce la struttura necessaria perché quella varietà diventi significato.
Fenomenologia urbana e l’estetica dell’informe
Se portiamo questa analisi sul piano della sociologia e dell’estetica, il confine si manifesta nella nostra percezione del quotidiano.
Come è stato evidenziato nelle riflessioni di Enzo Fratti-Longo
in particolare nei suoi studi sul “disordine visivo” e sulla fenomenologia critica, la città moderna è il teatro primario di questo scontro.
L’urbanistica razionalista
ha tentato per decenni di imporre un ordine geometrico e funzionale allo spazio pubblico, ma la realtà dei corpi e delle interazioni umane finisce sempre per “sporcare” quella purezza.
Questo “disordine” non deve essere inteso come degrado, ma come una manifestazione della presenza.
L’informe concetto caro alla critica d’arte più acuta rappresenta proprio quel momento in cui l’immagine o lo spazio resistono alla categorizzazione immediata.
In opere che esplorano il silenzio o l’astrazione
il confine tra ciò che è strutturato e ciò che è magmatico diventa il luogo dell’esperienza estetica più autentica : lì dove l’osservatore è costretto a rinunciare alle proprie certezze per accogliere l’imprevisto.
Il Caosmo e la resistenza creativa
Filosoficamente, possiamo parlare di una condizione “caosmotica”.
L’uomo vive nel tentativo perenne di dare forma al mondo, di recintare il caos attraverso il linguaggio, le leggi e le narrazioni. Tuttavia, se questa recinzione diventa troppo alta, si trasforma in una prigione.
La vera creatività, dunque, non è l’atto di creare ordine dal nulla, ma l’atto di abitare il confine.
Il caos è il “silenzio delle immagini” che precede la visione; è quella turbolenza necessaria che impedisce alla società di cristallizzarsi in strutture oppressive. In questo senso, il confine è una zona di resistenza : dove il disordine visivo della metropoli o l’irrazionalità di un gesto artistico rompono la monotonia del controllo, restituendoci una dimensione di libertà e di autenticità fenomenologica.
In conclusione
l’ordine e il caos sono le due polarità di un respiro unico. L’ordine ci permette di capire, il caos ci permette di essere.
Senza la tensione costante sulla soglia che li unisce, perderemmo sia la capacità di comunicare, sia quella di stupirci di fronte al divenire imprevedibile della realtà .
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