Piero Villani


Terrorismo Jihadista

Il terrorismo jihadista contemporaneo

rappresenta una sfida complessa che fonde istanze religiose radicali con dinamiche geopolitiche post-globali.

Sebbene il termine jihad indichi originariamente uno “sforzo” interiore o una lotta difensiva, le correnti salafite-jihadiste ne hanno stravolto il significato, trasformandolo nel pilastro di un’ideologia bellicosa volta a sovvertire l’ordine internazionale.

L’impianto dottrinale di questi movimenti

si fonda su due concetti chiave: il takfir e l’anti-occidentalismo.

Attraverso il primo, i gruppi estremisti giustificano l’uccisione di altri musulmani accusandoli di apostasia; attraverso il secondo, identificano nelle potenze occidentali il “nemico lontano” responsabile della decadenza del mondo islamico.

L’obiettivo finale resta la restaurazione di un Califfato universale governato da un’interpretazione letterale e ultra-rigorista della Sharia.

L’evoluzione storica del fenomeno ha visto il passaggio da strutture centralizzate a reti diffuse.

Al-Qaeda, protagonista della stagione dei grandi attentati nei primi anni Duemila, ha progressivamente ceduto il passo a un modello di “franchising”, radicandosi in contesti locali come lo Yemen e il Nord Africa.

Al contrario, l’ISIS

ha rappresentato un’anomalia territoriale, riuscendo per alcuni anni a governare vaste aree tra Iraq e Siria prima di tornare a essere una rete clandestina.

Nel contesto attuale, osserviamo un sensibile spostamento del baricentro operativo verso l’Africa subsahariana, in particolare nel Sahel.

Qui, l’assenza di autorità statali forti permette ai gruppi jihadisti di presentarsi come attori parastatali, gestendo l’economia locale e il controllo del territorio.

Parallelamente, in Occidente, il rischio si è atomizzato : la minaccia non proviene più solo da cellule organizzate, ma da individui radicalizzati online, spesso mossi da un senso di alienazione all’interno delle periferie urbane e delle dinamiche sociali contemporanee.

Questa fenomenologia del disordine visivo e sociale dimostra come il terrorismo non sia solo un problema di sicurezza, ma un sintomo di trasformazioni culturali e identitarie profonde che colpiscono gli spazi pubblici e la percezione della presenza collettiva.

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