Il silenzio non è mai un’assenza di suono ma una forma densa di ascolto che permette alla storia di sedimentarsi senza il rumore delle interferenze contemporanee.
Nell’epoca della saturazione visiva e comunicativa, scegliere il silenzio significa restituire dignità ai fatti e alle immagini, lasciando che parlino con la propria voce originaria.
Rispettare la storia implica la rinuncia all’urgenza di commentare o sovrascrivere, preferendo un approccio fenomenologico che osservi lo scorrere del tempo con rigore analitico.
Solo quando la parola si fa scarna e precisa, quasi rarefatta, il passato smette di essere un reperto inerte e diventa un’esperienza vitale che interroga il nostro presente.
In questo equilibrio tra memoria e discrezione, il vuoto diventa lo spazio necessario affinché l’opera e l’evento manifestino la loro verità più profonda.
Custodire il silenzio significa dunque proteggere la possibilità stessa di una comprensione autentica, sottraendo la narrazione storica al consumo rapido e alla distorsione del grido.
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