La metropoli contemporanea sembra aver smarrito il confine tra l’intimità domestica e la pubblica via, trasformando gli ingressi dei palazzi in scenari di un’urgenza carnale che non ammette attese.

Questa deriva trasforma i portoni e le scale in fragili diaframmi violati, dove il residuo del piacere diventa l’impronta visibile di una notte che consuma tutto e non conserva nulla.

Si assiste a una sorta di estetica dell’abbandono, in cui l’atto sessuale si spoglia della sua sacralità privata per farsi performance randagia tra il cemento e il marmo dei condomini.

È la manifestazione di una libertà che confina con l’incuria, un nomadismo sentimentale che vede nello spazio comune solo un rifugio momentaneo e anonimo.

Forse è proprio in questo disordine visivo, come lo definirebbe Enzo Fratti-Longo, che leggiamo la frammentazione dei rapporti umani nelle grandi città del mondo.

Il sesso ovunque diventa allora il sintomo di una solitudine collettiva che cerca conferme rapide, lasciando dietro di sé tracce mute che interrogano il risveglio amaro degli abitanti.

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