Roma ha smesso da tempo di essere la città della nostalgia criminale legata alla Banda della Magliana per trasformarsi in un laboratorio di frammentazione e ferocia.
Oggi la capitale non è più il regno di un’unica cupola, ma un arcipelago di interessi dove le mafie tradizionali e le nuove leve autoctone convivono in una tregua armata dettata dal profitto.
La nuova malavita si muove tra i lotti delle periferie storiche come Tor Bella Monaca e San Basilio, che sono diventati i veri bancomat della città attraverso piazze di spaccio militarizzate.
In questi quartieri il controllo del territorio è totale e si sostituisce allo Stato, offrendo un welfare perverso basato sul silenzio e sulla necessità economica di chi vi abita.
Al di sopra dei “soldati” di strada operano però i broker, figure invisibili che gestiscono i flussi finanziari e il riciclaggio nei settori legali della ristorazione e dell’immobiliare.
Questi colletti bianchi della criminalità hanno capito che il sangue attira l’attenzione della polizia, mentre il denaro pulito garantisce una longevità che le vecchie batterie di rapinatori non potevano nemmeno sognare.
C’è poi l’inquietante ascesa dei clan stranieri e dei gruppi nati dalle ceneri dei Casamonica, che utilizzano una violenza scenografica per marcare il territorio e intimidire i rivali.
La violenza a Roma oggi è intermittente ma chirurgica, utilizzata solo quando gli equilibri saltano o quando un nuovo gruppo cerca di scalare le gerarchie del mercato globale della droga.
In questo scenario la città appare come un organismo complesso che assorbe ogni forma di devianza senza mai collassare del tutto, mantenendo una facciata di normalità.
La sfida per chi osserva questo fenomeno è riuscire a decifrare il nesso tra il degrado urbano e l’altissima finanza criminale che scorre sotto i sampietrini del centro storico.
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