L’abitazione di Sergio Vacchi in piazza San Lorenzo in Lucina
Ha rappresentato per quasi quarant’anni uno dei centri nevralgici della vita intellettuale e artistica romana.
L’artista si trasferì in questo appartamento-studio dopo un primo periodo passato a Roma in via De Carolis.
La casa di San Lorenzo in Lucina divenne il suo luogo di elezione e di lavoro dal 1959 fino al 1997, anno in cui decise di spostarsi definitivamente nel Castello di Grotti, in Toscana.
In quelle stanze, Vacchi non solo diede vita ai suoi cicli pittorici più celebri, come quello dedicato al “Concilio” o a “Galileo Galilei”, ma costruì una fitta rete di relazioni con le figure più influenti della cultura del Novecento.
Tra i frequentatori abituali della casa e dello studio si annoverano personaggi del calibro di Federico Fellini, Renato Guttuso, Ennio Calabria e scrittori come Goffredo Parise e Paolo Volponi.
L’ambiente rifletteva la personalità dell’artista: uno spazio denso di rimandi simbolici e di suggestioni espressioniste, dove la dimensione privata e quella creativa si fondevano senza soluzione di continuità.
Questo indirizzo è rimasto impresso nella memoria storica della Roma artistica come un luogo di resistenza culturale e di profonda ricerca pittorica, prima che l’attenzione del maestro si spostasse verso il recupero della dimora senese, oggi sede della Fondazione Vacchi.
In quel rifugio romano, la pittura di Vacchi ha vissuto una trasformazione profonda, passando dal naturalismo informale a una figurazione visionaria e quasi profetica.
Il ciclo del “Concilio”, elaborato proprio in quelle stanze, rappresenta forse l’apice di questa ricerca, dove la vicinanza fisica con i palazzi del potere vaticano sembrava alimentare la sua critica estetica.
Le cronache del tempo descrivono lo studio come un luogo carico di una densità quasi materica, dove l’odore dei colori a olio si mescolava alle discussioni accese sulla crisi della modernità.
Il rapporto con Federico Fellini fu particolarmente significativo, poiché entrambi condividevano un immaginario barocco e grottesco, capace di deformare la realtà per metterne a nudo le verità più nascoste.
Questa simbiosi intellettuale trovava in San Lorenzo in Lucina il palcoscenico ideale, un crocevia tra la mondanità capitolina e la solitudine dell’artista impegnato nella sua lotta con la tela.
La decisione di abbandonare Roma per il Castello di Grotti segnò poi il passaggio a una fase più contemplativa e memoriale, lasciandosi alle spalle quella stagione di partecipazione civile e mondana.
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