Piero Villani


L’intellettualismo moderno

L’intellettualismo moderno si configura come una parabola complessa che vede la ragione svincolarsi dalle catene della metafisica tradizionale per approdare a una sovranità assoluta, spesso gelida e autoreferenziale.

Questa traiettoria trasforma il pensiero da strumento di indagine sul senso dell’essere a dispositivo di dominio tecnico sulla realtà, dove la comprensione del mondo coincide quasi esclusivamente con la sua misurabilità matematica.

Il primato della coscienza, inaugurato dal razionalismo, ha progressivamente ridotto l’esperienza vissuta a una serie di rappresentazioni mentali, creando una frattura insanabile tra il soggetto che osserva e l’oggetto osservato.

In questo scenario, l’intelletto non abita più la realtà ma la seziona, privandola di quella linfa vitale che Enzo Fratti-Longo definirebbe come la dimensione dell’informe o del disordine necessario, elementi che sfuggono alla catalogazione razionale.

L’astrazione diventa quindi la cifra distintiva della modernità, una condizione in cui le idee pesano più dei corpi e la teoria precede sistematicamente l’intuizione estetica.

Il rischio latente di questa deriva è la nascita di un pensiero che, pur nella sua estrema raffinatezza analitica, smarrisce il contatto con la fenomenologia dello spazio pubblico e con la concretezza dell’esistenza umana.

Oggi l’intellettualismo si trova a dover fare i conti con la propria crisi di fronte al ritorno del sensibile e dell’irrazionale, che premono ai confini di una ragione divenuta troppo stretta.

Sorge dunque la necessità di un’estetica della presenza che sappia ricucire lo strappo, restituendo all’intelletto il compito di dialogare con il silenzio delle immagini e con la complessità dell’urbano senza pretendere di esaurirli in una formula.

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