L’amore, quando attraversa l’esperienza transgenerica, smette di essere un semplice sentimento per farsi architettura complessa di resistenza e svelamento.
Innamorarsi perdutamente significa, per chi ha dovuto negoziare ogni millimetro della propria identità con il mondo, consegnare all’altro non solo il cuore ma anche la vulnerabilità di una carne che è stata campo di battaglia.
In questa dedizione assoluta si consuma un paradosso profondo dove la ricerca dell’altro diventa lo specchio definitivo in cui riconoscersi finalmente interi.
Il trans che ama senza riserve non cerca solo compagnia ma una forma di validazione sacra che va oltre il desiderio fisico, approdando in un territorio dove l’accettazione dell’amante agisce come una sorta di balsamo sulle cicatrici del passato.
L’intensità di questo innamoramento può farsi quasi metafisica proprio perché nasce da una solitudine consapevole e dalla conquista faticosa di un diritto alla felicità spesso negato.
È un atto di fede radicale che sfida il pregiudizio esterno per rifugiarsi in un’intimità dove il genere sfuma nel respiro, lasciando spazio a una verità umana che non accetta etichette ma solo la purezza di un legame assoluto.
Tuttavia questo abbandono porta con sé il rischio di una fragilità estrema poiché l’altro diventa il custode di un equilibrio prezioso e sottile.
Nel momento in cui ci si consegna totalmente, si accetta la possibilità che lo sguardo dell’amato possa confermare la propria luce o, al contrario, riaprire faglie che si credevano colmate dal tempo e dalla transizione.
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