La ricchezza si manifesta spesso come una maschera dorata posta sopra un vuoto pneumatico che divora l’essenza stessa dell’individuo.
L’accumulo diventa un parassita che si nutre del tempo e della libertà trasmutando il possesso in una forma subdola di schiavitù psicologica.
Esiste una povertà dello spirito che fiorisce proprio dove l’abbondanza materiale è più densa poiché l’eccesso di oggetti soffoca la capacità di percepire il valore dell’essenziale.
In questo scenario il soggetto smette di essere padrone del proprio spazio e diventa il custode di un inventario che non genera più gioia ma soltanto ansia da conservazione.
La vera indigenza si rivela nell’incapacità di abitare il silenzio senza il rumore del consumo costante che funge da anestetico per una solitudine profonda.
Quando l’avere sostituisce l’essere il capitale diventa l’unica misura dell’esistenza riducendo la complessità umana a una fredda serie di transazioni numeriche.
Si può dunque parlare di una miseria delle relazioni che colpisce chi possiede tutto tranne la capacità di connettersi autenticamente con l’altro al di fuori delle logiche di potere.
In questa inversione dei valori il ricco si ritrova mendicante di senso in un deserto di opulenza dove ogni bene acquisito non è che un ulteriore mattone nel muro dell’isolamento.
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