Via Marsala non è una strada che si concede facilmente allo sguardo distratto di chi cerca la bellezza monumentale della Capitale.
La sua poesia risiede proprio in quel carattere liminale e caotico, tipico delle zone che costeggiano le grandi stazioni ferroviarie, dove il movimento è l’unica costante.
È un luogo di transito puro, una lunga striscia d’asfalto che separa il ventre metallico di Termini dal quartiere di San Lorenzo, mescolando l’odore del ferro dei binari a quello delle cucine multietniche.
La poesia qui si manifesta nel contrasto stridente tra l’architettura razionalista della stazione e l’umanità dolente o frettolosa che popola i marciapiedi a ogni ora del giorno.
Non è la lirica dei tramonti sui fori, ma una prosa urbana densa di storie invisibili, di viaggiatori zaino in spalla e di chi, in quella strada, ha trovato un approdo precario.
Camminare lungo il muro che delimita i binari significa percepire la vibrazione della città che parte e che arriva, un ritmo incessante che trasforma la polvere e il rumore in una forma peculiare di estetica della realtà.
È una bellezza cruda, priva di filtri, che richiede una sensibilità incline a rintracciare l’autenticità nelle pieghe del disordine visivo e sociale.
Per chi sa osservare oltre il degrado superficiale, Via Marsala diventa il racconto vivente di una Roma che non smette mai di scorrere, un confine dove l’abbandono e la speranza si incrociano continuamente senza mai escludersi.
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