Il Nouveau Réalisme emerge alla fine degli anni Cinquanta come una risposta europea alla pittura astratta, radicandosi nella necessità di recuperare il rapporto diretto con la realtà oggettiva.
I suoi esponenti, guidati dalla teoria di Pierre Restany, non si limitano a rappresentare il mondo, ma lo prelevano direttamente attraverso frammenti urbani, manifesti strappati e accumuli di oggetti quotidiani.
Questa operazione trasforma il detrito della società industriale in un’icona estetica, distruggendo la distinzione tra l’arte e la vita e anticipando la sensibilità verso il consumo che caratterizzerà i decenni successivi.
Al contrario, il Concettualismo sposta il baricentro dell’opera dall’oggetto materiale all’idea che lo sottende, riducendo la fisicità a puro supporto logico o linguistico.
In questa prospettiva, l’esecuzione tecnica perde ogni valore di fronte alla potenza del concetto, poiché l’arte smette di essere un’esperienza puramente visiva per diventare un’indagine filosofica sui meccanismi della percezione e del significato.
Mentre il Nouveau Réalisme celebra la materia densa e logora del reale, il Concettualismo aspira a una dematerializzazione che privilegi la struttura mentale e la tautologia formale.
L’intersezione tra questi due movimenti risiede nel superamento della tradizione pittorica, ma i sentieri che percorrono sono divergenti nella loro essenza ontologica.
Il Nouveau Réalisme vive della presenza ingombrante e tattile della merce, mentre il Concettualismo ne analizza il concetto o la definizione, eliminando il superfluo per arrivare all’osso dell’intenzione artistica.
Entrambi hanno comunque ridefinito lo statuto dell’artista, che non è più colui che crea dal nulla, ma colui che seleziona, isola o nomina un frammento di mondo o di pensiero per elevarlo a dignità estetica.
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