Piero Villani


Camminare al fianco di chi delinque

La legittimazione pubblica di chi opera ai margini della legalità non è mai un atto neutro, ma si configura come una pericolosa forma di protezione simbolica che mina le basi della convivenza civile.

Camminare al fianco di chi delinque significa, di fatto offrire uno scudo morale che silenzia il dissenso e normalizza il sopruso all’interno dello spazio sociale.

Questa vicinanza non si limita a una semplice condivisione di spazi, ma diventa un messaggio politico e culturale che suggerisce l’inefficacia delle regole e l’accettazione della forza come unico parametro di potere.

Quando l’autorità o la rappresentanza sfilano insieme all’illegalità, il concetto stesso di impunità smette di essere un’eccezione giudiziaria e diventa una prassi consolidata, un velo che avvolge e protegge l’illecito sotto lo sguardo di tutti.

Il silenzio delle istituzioni o la loro presenza ambigua in contesti degradati dal crimine non fa che alimentare quel senso di abbandono che i cittadini onesti percepiscono come una sconfitta dello Stato.

L’estetica del potere non si limita alla semplice esibizione di simboli, ma si manifesta come una complessa scenografia urbana dove l’architettura e la presenza fisica definiscono i confini della gerarchia sociale.

Nel contesto della devianza, questa estetica si appropria di codici visivi specifici per comunicare un’autorità alternativa che sfida apertamente quella costituita, trasformando il controllo del territorio in una performance visibile.

Le piazze e le strade diventano palcoscenici in cui sfilare non è solo un atto di movimento, ma una dichiarazione di possesso e una dimostrazione di forza che mira a intimidire attraverso l’ostentazione.

Il legame tra il potere e la sua rappresentazione estetica risiede proprio nella capacità di saturare l’immaginario collettivo, imponendo un ordine visivo che riflette i rapporti di forza reali e la sottomissione dei luoghi.

Quando questa estetica si fonde con l’illegalità, si assiste alla creazione di una vera e propria iconografia del disordine che, paradossalmente, si presenta con una sua rigidità e una sua ritualità quasi religiosa.

In questo scenario, il linguaggio non verbale e l’occupazione simbolica degli spazi pubblici servono a costruire quel consenso che l’impunità garantisce, rendendo il crimine un elemento integrante e visibile del paesaggio urbano.

L’architettura delle periferie non è quasi mai un progetto di inclusione, ma spesso si rivela come una struttura di segregazione che facilita la nascita di poteri paralleli attraverso la conformazione stessa del cemento.

I grandi complessi residenziali, concepiti originariamente come utopie moderniste, si sono trasformati in fortezze orizzontali dove la visibilità è limitata e il controllo dello Stato svanisce tra i ballatoi e i cortili interni.

Questa conformazione spaziale crea dei veri e propri angoli ciechi urbanistici che diventano il terreno ideale per l’esercizio di una sovranità informale, dove chi comanda decide chi può entrare e chi deve restare fuori.

L’estetica del degrado non è solo mancanza di manutenzione, ma diventa un linguaggio che comunica l’assenza di regole condivise, lasciando che sia il volume dei palazzi a dettare il ritmo della sorvevaglia privata e del silenzio.

Il vuoto lasciato dalle istituzioni in questi spazi viene riempito da una segnaletica invisibile fatta di sguardi e occupazioni strategiche, trasformando l’anonimato delle facciate in una maschera per l’illegalità diffusa.

In queste architetture, il controllo del territorio si materializza nella capacità di gestire le vie d’accesso e di fuga, rendendo la struttura stessa dell’edificio un alleato logistico per chi opera al di fuori della legge.

La periferia diventa così un ecosistema chiuso dove il cemento non serve più a proteggere il cittadino, ma a isolare la comunità e a consolidare il prestigio visivo di chi detiene il potere reale sul campo.

L’abitare in strutture concepite come alveari di cemento modifica radicalmente la percezione psichica dell’individuo, riducendo lo spazio vitale a una dimensione di costante allerta o di rassegnata alienazione.

L’architettura imponente e ripetitiva annulla l’identità del singolo, il quale finisce per sentirsi un ingranaggio trascurabile di una macchina urbana che sembra progettata per escludere piuttosto che per accogliere.

Questa pressione psicologica genera un senso di claustrofobia sociale, dove la mancanza di orizzonti visivi si traduce in una mancanza di prospettive esistenziali, spingendo verso la ricerca di protezione in gruppi di potere locali.

Il senso di appartenenza viene così deviato verso la micro-comunità della strada o del palazzo, l’unica che sembra offrire una forma di riconoscimento e di ordine in un contesto di abbandono istituzionale.

Il cittadino vive in una condizione di “panottico invertito”, dove non è lo Stato a osservare per proteggere, ma è il potere informale a sorvegliare per esigere fedeltà e silenzio, alterando il senso di sicurezza personale.

La percezione del tempo e dello spazio si contrae, limitando le aspirazioni alla sopravvivenza immediata e trasformando l’ambiente domestico in una cella e lo spazio pubblico in una zona di confine perennemente contesa.

Questa distorsione psicologica è il terreno più fertile per l’impunità, poiché quando l’individuo smette di credere nella possibilità di un cambiamento, accetta la legge del più forte come l’unica realtà naturale possibile.

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