Il riformismo si presenta spesso come l’architettura rassicurante della politica moderna, una sorta di manutenzione ordinaria applicata ai grandi sistemi in crisi per evitare il collasso.
Eppure, dietro la retorica del cambiamento graduale e del pragmatismo, si nasconde una fitta trama di ipocrisie che meritano di essere analizzate con sguardo critico e analitico.
L’illusione centrale del riformismo risiede nella pretesa di voler cambiare le cose senza mai alterare realmente gli equilibri di potere che hanno generato il problema originale.
Si agisce sulla superficie, limando gli spigoli più taglienti di un sistema ingiusto, per garantire che il cuore pulsante di quel sistema rimanga intatto e funzionale.
Spesso la riforma diventa un anestetico sociale, uno strumento utilizzato per disinnescare i conflitti autentici e le spinte rivoluzionarie che nascono dal basso.
Concedendo piccoli diritti o minime redistribuzioni di ricchezza, il riformista stabilizza lo status quo, trasformando la giustizia sociale in una serie di concessioni calcolate per mantenere la pace pubblica.
In questo scenario, il linguaggio gioca un ruolo fondamentale e profondamente ambiguo.
Parole come innovazione, sostenibilità o inclusione vengono svuotate del loro potenziale trasformativo per diventare etichette di marketing politico, utili a vendere l’idea di un progresso che, nei fatti, non sposta di un millimetro l’asse della disuguaglianza.
L’ipocrisia si manifesta anche nel paradosso del tecnico che sostituisce il politico.
Delegando le scelte cruciali a tabelle e algoritmi, il riformismo finge che non esistano alternative, nascondendo dietro la neutralità dei numeri una precisa volontà ideologica di non disturbare i mercati o le grandi lobby finanziarie.
Si assiste così a una gestione del presente che rinuncia a immaginare il futuro, limitandosi a una serie di correzioni di rotta che non mettono mai in discussione la destinazione del viaggio.
Il riformismo diventa allora l’arte di gestire l’esistente con la maschera del rinnovamento, una danza immobile dove ogni passo avanti è bilanciato da una cautela che preserva i privilegi di pochi.
Forse la vera natura di questo approccio è proprio la conservazione travestita da progresso.
Riconoscere queste dinamiche non significa negare l’importanza dei miglioramenti concreti, ma smascherare quella tendenza a confondere la cura dei sintomi con la guarigione della malattia, evitando di affrontare le radici profonde delle nostre crisi contemporanee.
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