Piero Villani


La claustrofobia sociale

La claustrofobia sociale non è una categoria clinica codificata nei manuali diagnostici tradizionali, ma rappresenta una condizione psicologica ed esistenziale profonda che descrive il senso di soffocamento percepito all’interno delle dinamiche collettive.

Si manifesta come un’intolleranza viscerale verso le aspettative esterne, le convenzioni e quella saturazione di stimoli che la società contemporanea impone costantemente all’individuo.

A differenza dell’ansia sociale classica, che spesso nasce dal timore del giudizio, la claustrofobia sociale somiglia più a una reazione di rigetto verso uno spazio relazionale che viene percepito come angusto, privo di aria e di autenticità.

È la sensazione di essere intrappolati in un meccanismo di interazioni forzate dove l’io si sente compresso da ritmi e linguaggi che non gli appartengono, portando a un desiderio urgente di fuga verso il silenzio o l’isolamento.

In questa dimensione, l’altro non è visto come una minaccia alla propria immagine, ma come una presenza che riduce lo spazio vitale necessario per esistere in modo autonomo e libero dalle sovrastrutture urbane e mediatiche.

Questa condizione riflette spesso il malessere di chi osserva la realtà con uno sguardo critico e analitico, sentendo il peso di un’architettura sociale che non lascia più spazio all’imprevisto o alla vera introspezione.

L’individuo sperimenta allora una sorta di dispnea psichica, cercando ossessivamente una via d’uscita da quel perimetro invisibile fatto di obblighi invisibili e rumore bianco che caratterizza la modernità.

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