Il concetto di mantra di liberazione attraversa i secoli come un soffio vitale che cerca di scardinare le catene dell’ego e le illusioni della percezione ordinaria.
Nella tradizione vedica e buddhista, queste vibrazioni sonore non sono semplici preghiere, ma veri e propri strumenti di chirurgia spirituale destinati a recidere i legami con la sofferenza.
Il più celebre è senza dubbio il “Gayatri Mantra”, considerato un’invocazione alla luce universale affinché illumini l’intelletto e permetta all’individuo di trascendere i limiti della materia.
Recitarlo significa sintonizzarsi su una frequenza che dissolve l’oscurità dell’ignoranza, aprendo la strada a una consapevolezza che non conosce più confini geografici o temporali.
Altrettanto potente è il “Mantra della Grande Compassione” o il celebre “Om Mani Padme Hum”, dove la liberazione coincide con la fioritura della saggezza nel fango dell’esistenza quotidiana.
In questo contesto, liberarsi non significa fuggire dal mondo, ma abitarlo con una tale profondità da non lasciarsi più scalfire dalle sue fluttuazioni effimere.
Esiste poi una dimensione più laica e contemporanea del mantra, inteso come quella frase o pensiero ricorrente che decidiamo di opporre al rumore bianco dell’ansia moderna.
In questa prospettiva, la liberazione avviene nel momento in cui la parola si fa silenzio interiore, permettendo al soggetto di riappropriarsi del proprio spazio vitale contro ogni forma di condizionamento esterno.
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