La cattiveria innata è un concetto che abita da secoli il confine sottile tra la teologia e la biologia, interrogando l’essenza stessa dell’animo umano.
Spesso tendiamo a percepire il male come una deviazione o un errore di percorso, eppure l’idea che esista una crudeltà radicata fin dalla nascita suggerisce una prospettiva molto più inquietante.
In ambito filosofico, questa visione ci riporta all’ombra del peccato originale o alla natura ferina descritta da chi vedeva l’uomo come un lupo per i suoi simili.
Se osserviamo la realtà attraverso una lente analitica, ci accorgiamo che ciò che definiamo cattiveria potrebbe essere talvolta una forma estrema di egoismo biologico, necessaria alla sopravvivenza in contesti di privazione.
Tuttavia, esiste un abisso diverso, ovvero quel piacere gratuito nel soffocare la libertà altrui o nel provocare dolore, che sembra sfuggire a ogni spiegazione evolutiva semplice.
Questa oscurità interiore non è un rumore di fondo, ma una forza attiva che si manifesta nel momento in cui l’empatia viene deliberatamente messa a tacere per affermare la propria potenza sul mondo.
Forse la vera natura umana non è né puramente buona né intrinsecamente malvagia, ma è lo spazio vuoto in cui queste tensioni lottano costantemente per il dominio.
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